Gli occhi del “Dragone” spiano l’Italia. Uno spionaggio di Stato. La Cina ha aperto 102 “stazioni di polizia” illegali all’estero in 53 Stati nel mondo, ma in nessun Paese ve ne sono più che in Italia, ben undici. Lo rivela l’organizzazione non governativa spagnola Safeguard Defenders nel suo ultimo rapporto intitolato “Patrol & Persuade”.

Istituite formalmente come centri per garantire assistenza amministrativa ai connazionali all’estero durante la pandemia di Covid-19, le sedi – sostiene l’Ong – sarebbero piuttosto utilizzate dalla Cina per sorvegliare, perseguire e in alcuni casi rimpatriare gli esuli e i dissidenti, avvalendosi di accordi bilaterali in materia di sicurezza siglati con i governi ospitanti. L’ultima inchiesta dell’organizzazione spagnola documenta la presenza di altre 48 stazioni di polizia oltre le 54 identificate a livello globale lo scorso settembre.

Oltre ai “progetti pilota” inaugurati a Roma e Milano, la presenza delle stazioni di polizia cinesi è stata accertata anche a Firenze, Bolzano, Venezia e Prato, che ospita attualmente la più grande comunità cinese in Italia, e in Sicilia. Per quanto alcune di queste non siano gestite direttamente da Pechino, secondo Safeguard Defendersalcune dichiarazioni cominciano a mostrare una guida più chiara dal governo centrale” e sarebbero utilizzate per “attaccare, minacciare, intimidire e costringere gli obiettivi a tornare in Cina per la persecuzione”. Ma è soprattutto Milano a destare l’interesse dell’Ong spagnola: il capoluogo lombardo sarebbe usato come un banco di prova per monitorare la popolazione cinese all’estero e costringere i dissidenti a rientrare in Cina.

Parte di questi rientri forzati farebbero parte dell’operazione “Caccia alla volpe”, che punta al rientro in Cina di funzionari fuggiti all’estero per evitare accuse di corruzione in patria. Le stazioni di polizia si muoverebbero al di fuori dei normali canali utilizzati per l’estradizione, secondo quanto riferito da Safeguard Defenders, citato dal Guardian: ci sarebbero anche prove di intimidazione subita dai cittadini cinesi in Italia, tra cui quelle ai danni di un operaio accusato di appropriazione indebita, rientrato in Cina dopo tredici anni passati in Italia e di cui si sono perse le tracce. L’Italia ha firmato una serie di accordi bilaterali di sicurezza con la Cina a partire dal 2015 e, come evidenziato da Safeguard Defenders,è uno dei pochi Paesi europei che non ha pubblicamente annunciato un’indagine sulle stazioni di polizia cinesi presenti sul suo territorio, né ha dichiarato la loro illegalità”.

Fino a dicembre 2018 la procura di Qingtian aveva istituito sei stazioni di polizia in Italia, in quello che è stato definito dall’agenzia di stampa Xinhua come uno dei “risultati più significativi nei pattugliamenti congiunti tra i due Paesi”. Nelle ultime settimane chiarimenti sulle stazioni di polizia cinesi sono stati richiesti anche dall’opposizione e dalla maggioranza attraverso due interrogazioni parlamentari presentate alla Camera e al Senato. Nell’interrogazione presentata da Lia Quartapelle, responsabile esteri del Partito democratico, viene evidenziato in particolare come l’Italia “sarebbe, al momento, uno dei pochissimi Paesi al mondo, e l’unico del G7, ad aver avviato una collaborazione con le forze di sicurezza cinesi per dei periodici pattugliamenti congiunti sui rispettivi territori”.

“È una storia che Amnesty International aveva documentato già tempo fa – dice a Il Riformista Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – non in riferimento specifico all’Italia, ma segnalando sorveglianza, minacce e intimidazioni delle rappresentanze diplomatiche cinesi nei confronti delle diaspore, con un particolare accanimento verso gli uiguri che si cerca di far tornare nello Xinjiang con falsi pretesti per farli arrestare”.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.



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