“Sono molto soddisfatta del lavoro fatto. Abbiamo scritto la legge di bilancio che non si limita a un lavoro ragionieristico ma fa delle scelte politiche. Abbiamo deciso le nostre priorità e abbiamo concentrato lì le risorse. La considero coraggiosa e coerente con gli impegni presi. Scommette sul futuro, ha visione e cominciamo ad aprire dei varchi verso dove vogliamo andare”. Il testo della legge di bilancio che Giorgia Meloni si sforza di definire ed esaltare, è un testo tuttora fantasma, sconosciuto anche agli stessi ministri che hanno potuto visionare “qualche tabella”, discusso nel cuore della notte – tra le 21 e 30 e l’una e 20 minuti del mattina – ed approvato col favore di quelle “tenebre” che tante volte la leader di Fratelli d’Italia ha contestato all’ex premier Conte.

Tensione con i giornalisti
La fretta e la determinazione con cui si è voluta approvare ieri 22 novembre la manovra ha a che fare con la ritualità e la ricorrenza: la premier voleva festeggiare il primo mese al governo alzando il vessillo della sua prima legge di bilancio. “Ce l’abbiamo fatta in un mese” ha più volte sottolineato ieri mattina nella conferenza stampa che ha visto momenti di tensione con i giornalisti. La Presidente ama spiegare ma molto meno rispondere alle domande. E dopo 5 conferenze stampa in cui le domande sono state sistematicamente tagliate dopo 4-5 fortunati sorteggiati, il sospetto è che non sia più un caso. Così Meloni ha accusato i giornalisti di “non aver mostrato lo stesso coraggio che mostrate oggi con me, magari aveste avuto un tono così assertivo anche in passato”. Brutta storia questa. I fondamentali dicono che un Presidente del Consiglio ha il dovere di rispondere alle domande e i giornalisti hanno il diritto e anche il dovere di farle. Meloni è giornalista e dovrebbe saperlo bene. Se quanto è successo è frutto di incomprensioni comprensibili in una prima fase del governo, è bene risolverle subito. Se è l’inizio di un metodo, va invece subito denunciato.

Forza Italia non è al tavolo
Ma torniamo alla manovra. Al tavolo del governo – con Meloni siedono i ministri Giorgetti, Salvini e Calderone, il viceministro Leo e il sottosegretario Mantovano – tutti suonano lo stesso spartito: è stato fatto “il possibile” nelle condizioni e con le risorse disponibili che sono pochissime”. “Prudenti pragmatici e visionari ma anche realisti” precisa Giorgetti. Salvini parla di un “ottimo punto di partenza”. E’ un tavolo affollato, come è giusto che sia visto che si sta presentando la più importante legge dello stato. Manca però Forza Italia, assenza vistosa. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani è impegnato in Serbia. Pichetto Fratin in un altro meeting. Bernini e Zangrillo, forse, boh. In un modo o nell’altro Forza Italia non c’è. Ci si chiede anche perché fare la riunione dei ministri durate la notte se tanto, comunque, la conferenza stampa sarebbe stata il giorno dopo.

È anche la prima volta, negli ultimi vent’anni, che si arriva alla conferenza stampa senza neppure avere una bozza del testo. Bozza che ancora ieri sera non era disponibile. C’è da chiedersi perché così tanto mistero visto che la legge di bilancio risulta approvata all’unanimità martedì 22 novembre all’una e venti minuti del mattino. La risposta è ovvia: non possono circolare bozze di una legge di bilancio data per fatta ma di cui ancora gli stessi ministri non hanno il testo e molto probabilmente piena di buchi visto che mancherebbero le coperture. “Scusi, quali sono le coperture per i 35 miliardi di spesa” era la domanda forse banale ma fondamentale che Il Riformista, presente nell’emiciclo della Sala Polifunzionale, avrebbe voluto fare ieri mattina in conferenza stampa. Non è stato possibile. E anche nel corso della giornata, seppur sollecitate fonti tecniche e politiche, non abbiamo avuto risposta.

Le due priorità
Possiamo quindi solo ricostruire. Cominciamo dalle uscite: la manovra ha un valore di 35 miliardi. E “due priorità” ha precisato Giorgia Meloni:la crescita e la giustizia sociale”. Di questi 35 miliardi, 21 arrivano grazie al maggior deficit e sono destinati a quel pacchetto di misure che l’ex premier Draghi aveva individuato per sostenere imprese, commercio e famiglie. Per il credito di imposta, che passa al 35% per le attività commerciali e al 40% per le aziende energivore, servono 9 miliardi. Altri 9 sono destinati al bonus famiglia, l’assegno da 150 euro (“un’elemosina” lo aveva definito Meloni ai tempi di Draghi) arriverà a tutti coloro che hanno un Isee pari a 15 mila euro (prima era a 12mila). Meloni parla di tre tasse piatte per rilanciare la crescita e semplificare: il 15% per le partite Iva che fatturano fino a 85 mila euro (era a 65 mila); una tassa piatta incrementale sempre del 15% ma solo sul maggiore guadagno rispetto alla media degli ultimi tre anni e mai sopra i 40 mila euro; la mini tassa piatta del 5% per i premi aziendali dei dipendenti.

Confermato il taglio del cuneo fiscale del 2% per redditi fino a 35 mila euro e del 3% fino a 20 mila euro: questa misura ha un costo intorno ai 4 miliardi e mezzo. Ha un costo invece non quantificato le detassazione per l’assunzione degli under 36 anche percettori di reddito di cittadinanza purché siano contratti nuovi e non sostitutivi di altri contratti precari. Berlusconi l’ha avuta vinta su questo. E anche sulle pensioni minime. Che passano da 535 a 600 euro anche se è “ancora troppo poco, è solo un inizio” dice il Cavaliere. L’intervento sulle pensioni è doppio: sulle minime e sulle finestre per l’uscita. Salvini aveva scommesso tutto su Quota 103 (62 anni di età e 41 di contributi) ed è stato accontentato. L’insieme di queste due misure costa circa due miliardi. Va inserita qui infatti un’altra misura che ieri mattina ha strappato le lacrime a un duro come Giorgetti. Il governo darà un incentivo del 10% dello stipendio a chi non andrà in pensione alla data prestabilita.

“Questa misura era un’idea di Bobo (Maroni, ex segretario, ministro e tra i fondatori della Lega, morto ieri mattina dopo anni di malattia, ndr), non è mia” ha tagliato corto Giorgetti. Un altro miliardo e mezzo serve per il “pacchetto famiglia”, sgravi per aiutare le famiglie e la natalità: riduzione dell’Iva al 5% per prodotti per l’igiene, assegno unico aumentato del 50% per il primo anno e un massimo di tre, un mese di congedo facoltativo retribuito all’80% utilizzabile fino al sesto anno di vita del bambino (il congedo parentale è retribuito al 30%). Sempre per la famiglia è la “card alimentare” che sarà distribuita dai Comuni a liste di famiglie bisognose e che ha sostituito l’azzeramento dell’Iva sui beni alimentari.

Misure identitarie
Una manovra nell’insieme di tante piccole misure che più che dare “la svolta” promessa fino al 25 settembre, mette tanta carne al fuoco rischiando però di fare più fumo che arrosto riempiendola qua e là di misure identitarie. Quella, ad esempio, per cui “Opzione donna”, la pensione anticipata per le donne, favorisce chi ha avuto figli, uno-due anni di lavoro in meno se hai figli. Altrimenti aspetti i 60 anni. “E’ opzione donna, non opzione mamma” chiarisce l’ex ministro del Lavoro e ispiratore della norma Cesare Damiano. Una misura che sa di Ventennio. Così come è certamente identitaria la misura che prevede la cancellazione della partita Iva per i bengalesi o cingalesi o stranieri in genere che negli anni hanno aperto esercizi commerciali per poi chiuderli poco dopo per eludere Iva e tasse.

In cerca di coperture
La somma di tutte le misure infatti fa 35 miliardi. Ma da dove arrivano? Ventuno dal maggior deficit. Poco o nulla si sa dei 14 mancanti. Un miliardo circa arriva dalla revisione del Reddito di cittadinanza. Sarà un anno di transizione per poi chiudere del tutto la misura a partire dal 2024. Quando sarà sostituita da un reddito universale per chi non può lavorare. Per i 670 mila percettori del reddito e occupabili, ancora otto mesi poi fine del sussidio. Pare che Meloni si sia convinta all’anno di transizione perché la stessa ministra del Lavoro Marina Calderone avrebbe suggerito “maggiore gradualità per evitare rivolte sociali”. Pd e 5 Stelle hanno già indetto manifestazioni contro la manovra.

Altre due miliardi e mezzo arrivano dalla tassazione degli extraprofitti per le aziende energetiche che passa dal 25 al 35%, in linea con la media Ue. Un tesoretto arriva dal taglio dello sconto benzina: convinti che benzina e gasolio siano destinati a calare, lo sconto passa dallo 0,25 allo 0,15 per litro. Un tesoretto più sostanzioso dovrebbe arrivare dalla riduzione del Superbonus dal 110% al 90%. Più che una vera entrata si tratta di minori uscite per lo Stato. Sempre soldi sono.

Mancano all’appello 8-9 miliardi
Messi in fila gli addendi, il risultato è che mancano all’appello 8-9 miliardi. Che a occhio possono arrivare solo dall’allegato fiscale della manovra che conterrà l’aumento del contante da mille a 5 mila euro. La cancellazione delle cartelle sotto i mille euro. Una rateizzazione per le altre fino a 5mila. E anche la voluntary disclosure, una sanatoria per far rientrare capitali dall’estero. Le stime dicono che questa misura – entrata e uscita varie volte, non si sa che fine abbia fatto – potrebbe portare nelle tasche del governo 4-5 utilissimi miliardi. Che sommati ad altri 2-3 che dovrebbero essere stornati dai fondi Ue non usati, andrebbero a chiudere il cerchio delle entrate.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent’anni a Repubblica, nove a L’Unità.



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