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Esserne dipendenti o meno fa ben poca differenza. Chiunque esca per consumare una tazzina di caffè, anche solo una volta alla settimana, non avrà potuto non notare i rincari che, ormai da qualche anno a questa parte, si rendono evidenti già nel pagamento di un banalissimo caffè.
Sono lontani i tempi in cui una tazzina poteva essere consumata al prezzo di 90 centesimi, massimo un euro. Ora come ora, dovunque ci si rechi, il prezzo base è di 1,30 euro, se non addirittura superiore. Uno scenario che Mario Pascucci, amministratore delegato di Caffè Pascucci, commenta in questi termini: “Il sovrapprezzo? Dipende da diversi fattori, tutti connessi tra loro”.
L’azienda, nata nel 1883 da un’idea di Antonio Pascucci, primo commerciante di coloniali e caffè crudi della famiglia, cambia veste negli anni Cinquanta, quando Alberto Pascucci decide di industrializzare la torrefazione e installa il primo impianto produttivo in località Monte Cerignone. A distanza di quasi 150 anni dalla fondazione, è l’attuale amministratore delegato a fare il punto della situazione sullo scenario mondiale che riguarda il caffè. Un tema rispetto al quale, tiene a chiarire Mario Pascucci, “non c’è alcuna certezza, né presente né futura”.

Pascucci, andiamo subito al nocciolo. Perché il caffè ci costa sempre di più?
“Ci sono diversi fattori alla base dell’incremento dei prezzi all’origine. In primo luogo, una crescita dei consumi da parte dei Paesi asiatici. La produzione mondiale, fino a tempi recenti, è sempre stata in equilibrio con i consumi occidentali. Oggi, però, succede che Paesi come Cina e Giappone hanno iniziato ad assorbire importanti volumi di materia prima. Ma anche gli stessi Paesi produttori, come Brasile, India o Vietnam, stanno aumentando i consumi”.
Come se lo spiega?
“Alla base c’è un cambiamento della generazione asiatica, che può permettersi di vivere meglio, e dunque di spendere di più. La conseguenza è che si passa dal consumo di tè al caffè. Ce ne accorgiamo facendo un paragone con i Caffè Pascucci presenti in Corea del Sud. Quando inaugurammo, 24 anni fa, i consumi pro capite erano circa 180 g a testa. Ora parliamo di 6 kg a persona. Un trend che, anche se in maniera più lenta, si sta verificando anche in Cina. Di conseguenza, se ci sono degli ammanchi, si scatena un sovrapprezzo”.
Cos’altro?
“Il prezzo del caffè è influenzato anche dalle speculazioni finanziarie. Quando si prospetta una riduzione di materia prima, grandi banche d’affari o privati che fanno trading entrano nel mercato consapevoli che tali materie prime, tra cui il caffè, verranno assorbite nonostante i rincari. Perciò ci ritroviamo con una borsa che fluttua continuamente. Specie se ci sono situazioni di incertezza sul mercato, magari dovute a tensioni tra Stati o guerre, c’è probabilità che il conflitto sulle materie prime aumenti, perché ciascuno cerca sicurezza lì dove può trovarla. Diciamo che le materie prime, nel portafoglio d’acquisto, sono qualcosa di meno rischioso rispetto ad altre cose”.
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A proposito di logistica, qual è la situazione?
“Una situazione in peggioramento. I percorsi navali si sono allungati per via della chiusura del Mar Rosso. Si è costretti a circumnavigare l’Africa. Questo aumenta il tempo di percorrenza e il costo del caffè, perché il prodotto manca sui porti di destinazione. Poi non bisogna tralasciare la grande debolezza dell’Europa, e anche degli Stati Uniti, nei mercati dei Paesi produttori, che sono più vicini ai Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), specie alla Cina, che ne gestisce la parte agricola”.
La questione climatica, invece?
“Un’altra spada di Damocle. Si alternano raccolti eccezionali a raccolti scarsissimi, sempre più frequenti. India, Paese produttore, produce molto caffè biologico: circa sei milioni di sacchi all’anno. Negli ultimi anni è stato fatto un investimento con le piantagioni, che sono aumentate, ma di fatto la produttività è rimasta la stessa. In più, essendo cresciuto il consumo interno, che ha raggiunto quasi cinque milioni di sacchi, parliamo di solamente un milione di sacchi che entra nel mercato internazionale. E questo è solamente uno dei tanti esempi”.
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In che modo tutti questi fattori influenzano i prezzi?
“Nel fatto, ad esempio, che alcune varietà sono arrivate a triplicare il loro costo. Un anno e mezzo fa abbiamo affrontato difficoltà col caffè biologico, che aveva un assorbimento internazionale maggiore, anche per via dei cambiamenti climatici. Nel 2024, invece, gli aumenti sono arrivati su tutti i tipi di caffè, dagli arabica ai robusta. Se poi consideriamo il prezzo di un espresso in Italia, che arriva massimo a 1,20 euro al Sud e 1,50 al Nord, tale prezzo, in paesi come l’Austria, lievita già a 2,50 euro. Per non parlare della Svizzera, dove un espresso lo paghi 4 euro. Da cosa dipende? Dalla redditività, e dunque dalla minor capacità di spesa della cittadinanza italiana rispetto a quella nordeuropea”.
Guardando al futuro, cosa dobbiamo aspettarci?
“È difficile fare previsioni. Quello che mi aspetto io è che, nei prossimi mesi, ci sarà una lenta uscita dei fondi di investimento da materie prime come il caffè. Se così fosse, si potrebbe assistere a un abbassamento del costo della materia prima. D’altro canto, se permangono tensioni sui mercati e conflitti tra Stati, è probabile che le materie prime continueranno a essere un’àncora per buona parte degli investitori. Quello che possiamo fare è confidare nel buonsenso dei governanti, affinché nel Sud dell’Europa, e quindi anche in Italia, si alzino i compensi”.
www.riminitoday.it è stato pubblicato il 2025-02-02 08:01:00 da

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