La sicurezza e la politica, il criminologo: “Non è una questione di numeri, ma di formazione e coordinamento tra enti. Le telecamere? Non sono un deterrente”


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Quello della sicurezza è certamente uno dei temi più sentiti dalla cittadinanza. Argomento di discussione nell’agone politico, spesso con toni e contenuti da bar, ritorna in auge ogniqualvolta si verifichi un episodio criminoso grave o anche solamente dotato di appeal mediatico. La provincia spezzina non ha mai vissuto momenti di particolare allarme sociale da questo punto di vista, anche se la percezione di insicurezza ha talvolta portato a vivere una realtà differente, soprattutto in alcune zone della Spezia e di Sarzana. Un richiamo, quello alla differenza tra la sicurezza effettiva e quella percepita, che viene sempre fatto da chi si trova al governo, in risposta a chi, dall’opposizione, segnala episodi e situazioni.
Il tema è anche e soprattutto politico. E non potrebbe essere altrimenti, visto che riguarda da vicino l’attività di amministrazione del territorio da parte delle istituzioni.
Per questo, anche in vista delle prossime elezioni regionali, abbiamo affrontare la questione con il criminologo e docente dell’Università di Genova Stefano Padovano, autore di numerose pubblicazioni e relatore in innumerevoli convegni e incontri pubblici.

Qual è il primo intervento che deve fare la prossima amministrazione regionale in questo senso?
“La priorità della coalizione che vincerà le elezioni dovrà essere quella di riempire di contenuto la delega alla Sicurezza. Occorre un lavoro organico che passi per la ricerca, le indicazioni sulla progettazione, la formazione di operatori che operano nella sfera dei servizi alla persona. In questa regione serve una reale politica della sicurezza, che è la chiave strategica per innalzare la qualità della vita dei cittadini. Le singole amministrazioni si devono fare carico di questa competenza semplicemente perché gli attribuita nell’ordine delle cose, lavorando nell’ottica di un programma, composto da tanti micro interventi, con al fianco il supporto di una ricerca scientifica che non si limiti a dare numeri e percentuali. Tutto ciò valutandone i risultati raggiunti ed eventualmente per ritararne gli obiettivi correggendosi. Questo è ciò che attende l’esercizio istituzionale conferito dai cittadini alla politica”.

L’amministrazione comunale spezzina ha annunciato che entro fine anno si arriverà a 300 telecamere attive sul territorio comunale. Questo può contribuire positivamente al mantenimento della sicurezza?
“Quella della videosorveglianza è da almeno quindici anni una scorciatoia perseguita da molti amministratori locali al pari delle risorse umane. Sia chiaro, si tratta di elementi fondamentali: si è mai sentito di un panettiere che fa il pane senza la farina? L’equivoco sta nel fatto che alla narrazione secondo la quale i sistemi tecnologici fungono da deterrente non crede più nessuno. La tecnologia è un supporto valido perla fase investigativa, per individuare i possibili autori a devianza commessa, ma non un elemento deterrente ai fenomeni delittuosi o di inciviltà diffusa. Ai cittadini è stato erroneamente raccontato questo. Per la prevenzione è decisamente più utile svolgere un’opera di coordinamento tra gli enti del territorio: il coordinamento di una politica regionale, la partnership con i Comuni e, non scordiamolo, una verifica generale prefettizia che regoli le possibili, ma evitabili, sovrapposizioni tra ordine pubblico di competenza dello Stato e governo locale”.

Negli ultimi anni, però, sono cresciuti in maniera importante le assunzioni all’interno del corpo di Polizia locale della Spezia…
“La sicurezza non è una questione di numeri, ma di formazione. E’ fondamentale chiarire chi fa cosa e fare in modo che quello che viene fatto sia corretto. Se affrontiamo le politiche della sicurezza urbana solamente con i numeri facciamo un passo indietro di vent’anni. L’obiettivo delle Polizie locali non deve essere quello di rincorre la Polizia di Stato, perché non è quello il loro ruolo, ma di comprendere che le proprie competenze, proprio perché di messa in sicurezza del territorio e quindi di tutela dell’ordine urbano passano da altrettante onorevoli funzioni. Un esempio? Monitorare il rispetto del codice della strada significa fare controllo e prevenzione degli incidenti stradali causati da tassi alcolici illeciti o da guide condizionate da uso di droghe, fare la vigilanza edilizia significa individuare i presupposti su cui muove una notizia di reato che riguarda la presenza di criminalità organizzate, quella che un tempo era la competenza di polizia annonaria, oggi tutela del consumatore, consente di individuare coloro che muovono i fili della criminalità agroalimentare, e potrei continuare ancora. Il punto è che l’immaginario disceso da una tendenza amministrativa trasversale ha fatto si che in polizia locale ci si va per fare le forze dell’ordine del Comune”.

C’è chi, al contrario, invoca l’invio dell’esercito per garantire maggiore sicurezza nelle città. Che ne pensa, può essere utile?
“Se prendiamo gran parte dei crimini di strada, come rapine, borseggi, scippi, spaccio e atti di violenza, dietro a 10 reati finiamo per trovare 3 persone. Spesso, infatti, si assiste alla reiterazione di questa tipologia di reati, che peraltro sono quelli che creano maggiore allarme sociale, non certo quelli compiuti dai colletti bianchi, come la corruzione”.

Che cosa si può fare, allora?
“Negli ultimi decenni sono cambiate le droghe, ma il fatto che a esse siano legati illegalità diffusa e poco decoro dal punto di vista urbano. Questi soggetti hanno bisogno di essere agganciati, se pensiamo che l’utenza si rivolga spontaneamente ai servizi sociali o sanitari sbagliamo di grosso. Il grosso degli accessi al Sert è composto da giovani presi alla guida in stato di ebbrezza o con cannabinoidi nel sangue, con patenti ritirate, in buona parte nei fine settimana. Ma i consumatori di cocaina e crack – un trend che peraltro è in aumento – come li intercettiamo? Servono tavoli in cui rivedere le modalità di utilizzo dei servizi alla persona da parte delle stesse istituzioni. Quello che manca, oggi, sono gli operatori, che non si formano più in maniera adeguata. Secondo i test di autovalutazione che facciamo nelle scuole quattro ragazzi su dieci fanno uso settimanale di cannabinoidi, e non lo fanno in modo mascherato. Per questo servono operatori motivati, che sappiano andare oltre il lavoro nelle strutture, che in strada sappiano intervenire negli interventi a “bassa soglia”, perché gli utenti non si possono ridurre a una pratica di ufficio. La domanda non arriva da sola, dai servizi pubblici occorre non delegare alle forze dell’ordine o al Terzo settore, ma alzando il sedere dagli uffici per comprendere disagio e devianze per quello che sono”.

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www.cittadellaspezia.com è stato pubblicato il 2024-08-14 22:21:31 da


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