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LECCE – Sin dalle prime ore del mattino è continuato incessante anche ieri il «pellegrinaggio» davanti alla statua del santo patrono. Tutti sostano, ammirano, talvolta criticano la copia dell’originale: «Testa diversa e dita curve in modo anomalo» dice qualcuno, ma l’emozione resta intatta. Meme e commenti social non diluiscono l’intima commozione di rivedere «Santu Ronzu» di nuovo al suo posto e presto. E oggi la statua svetta sulla colonna romana per tornare a dominare la piazza dall’altezza di circa 30 metri. Sarà una giornata di festa.
La vicenda della statua più amata dai leccesi ha avuto sin dagli esordi una storia tumultuosa, raccontata ieri pomeriggio all’Open Space di Palazzo Carafa dal professor Raffaele Casciaro, del Dipartimento beni culturali dell’Università del Salento, consulente tecnico dell’Amministrazione comunale.
La prima scultura lignea rivestita in rame, fusa a Venezia, arrivò in città nel 1684 e rimase intatta per i cinquant’anni successivi fino a quando nel 1737, durante i festeggiamenti, un razzo si conficcò sotto il braccio della statua incenerendo l’anima di legno. La testa del santo rimase incolume e fu esposta nel Sedile come fatto miracoloso.
La nuova effigie di Sant’Oronzo fu completamente rifatta questa volta in bronzo, sempre a Venezia, e come ha affermato il professor Casciaro «è senz’altro di provenienza veneziana il materiale, ma è improbabile che l’opera sia stata spedita intera, essendo realizzata in una tecnica che permette l’assemblaggio in loco», quindi molto probabilmente il completamento si ascrive a manovalanze locali. Sant’Oronzo ritornò al suo posto nel 1739. Durante la guerra del 1940 la scultura fu conservata e restaurata nel duomo e tra il 1945 e 1950 fu definitivamente posizionata sulla colonna fino al 30 gennaio 2019 quando è stata trasferita nell’atrio di Palazzo Carafa e sottoposta al restauro, ultimato nel giugno 2020.
Durante le fasi di studio, come rilevato dalla Soprintendenza, è stato riscontrato il cattivo stato di conservazione di vaste parti della struttura lignea interna alla quale sono ancorate le lamine metalliche e il pericolo di ulteriore deterioramento. «Nell’impossibilità e inopportunità di riproporre la tecnica originale, che è stata all’origine dei numerosi problemi conservativi della statua – ha continuato Casciaro – l’antico procedimento del getto del bronzo a cera persa rimaneva tuttora il più affidabile dal punto di vista della resistenza e durata dell’opera finale, della fedeltà al modello, grazie anche alla possibilità che offre della rilavorazione a freddo per la rifinitura dei particolari, e della resa estetica». È stata raccontata la esaustiva e dettagliata descrizione della modalità con cui, attraverso la tecnologia della scansione laser 3D si è riprodotto fedelmente l’originale, trasferendo i dati ad un software applicato ad un robot a 6 bracci che ha materialmente scolpito il modello ricavandolo da blocchi di polistirolo, materiale che non oppone quasi alcuna resistenza. «La tecnologia – ha concluso Casciaro – si è incontrata con la sapienza artigianale della ditta Del Giudice, poiché il modello è stato rifinito con una sottile stuccatura manuale, che ha curato tutti i dettagli, arrivando laddove la tecnologia si ferma. Si sono così potuti scegliere i punti nei quali era necessaria una maggiore definizione rispetto al lavoro del robot e quelli nei quali non era opportuno riprodurre fedelmente i danni e rifacimenti della statua originale».
Tutti gli studi e i contributi scientifici confluiranno in un volume presto in stampa, curato dallo stesso Casciaro.
www.lagazzettadelmezzogiorno.it è stato pubblicato il 2024-04-13 12:51:35 da Bianca Chiriatti
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