Pavia: Cinesi sfruttati a Villanova d’Ardenghi per fare borse per Alviero Martini (che non ha vigilato)

Pavia: Cinesi sfruttati a Villanova d’Ardenghi per fare borse per Alviero Martini (che non ha vigilato)


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Un’inchiesta approfondita da parte dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano e del pm Paolo Storari ha permesso di fare luce sul ciclo produttivo di Alviero Martini. Il brand operante nell’alta moda, il quale non è indagato, ma è stato commissariato perché raggiunto da un decreto di “amministrazione giudiziaria” in quanto incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento proprio nelle fasi di produzione dei suoi articoli.

I militari dell’Arma a tutela del lavoro hanno scoperto che le aziende appaltatrici che si dovevano occupare della filiera produttiva si sono affidate a opifici cinesi, alcuni presenti in provincia di Pavia, i quali, per abbattere i costi hanno fatto impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento.

(In copertina: immagine di repertorio)

Brand di alta moda non vigila sulla filiera produttiva

Incapacità di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento nell’ambito del ciclo produttivo. E’ stata questa la ragione che ha portato i Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano, al termine di tutti gli accertamenti del caso partiti nel settembre 2023, a eseguire un decreto di “amministrazione giudiziaria” – emesso dal Tribunale di Milano (Sezione Misure di Prevenzione) su richiesta della Procura della Repubblica di Milano – nei confronti di Alviero Martini, un brand operante nel settore dell’alta moda.

La società non è indagata, ma per il Tribunale sono emerse criticità nei confronti dei lavoratori per le quali un’impresa “rappresentativa del ‘Made in Italy’ tanto apprezzato all’estero, ed avente rilevanti dimensioni”, possa “adeguare i presidi di controllo interno” in modo da evitare “che la filiera produttiva si articoli attraverso appalti e sub appalti con realtà imprenditoriali che adottino le illecite condizioni di sfruttamento dei lavoratori”. In tal senso l’azienda di alta moda è stata commissariata.

Stando alle indicazioni fornite dai militari dell’Arma, tale marchio non avrebbe infatti mai effettuato ispezioni o audit sulla filiera produttiva per verificare le reali condizioni di lavoro, ossia le capacità tecniche delle aziende appaltatrici cui appunto è stata affidata la produzione. In tal senso, per i Carabinieri, sarebbero stati agevolati (colposamente) soggetti raggiunti da importanti elementi probatori relativi al delitto di caporalato.

Si è innescato il sistema “a strozzo”

I militari per la Tutela del Lavoro, infatti, hanno accertato che, in questo contesto, la casa di moda ha affidato l’intera produzione a società terze, mediante un contratto di appalto che prevedeva il divieto di sub-appalto senza un’autorizzazione preventiva, con completa esternalizzazione dei processi produttivi.

Dai riscontri, tuttavia, è emerso che le aziende appaltatrici disponessero solo nominalmente di adeguata capacità produttiva. Per competere sul mercato, infatti, queste realtà potevano solo esternalizzare le commesse a opifici cinesi, i quali riuscivano ad abbattere i costi di produzione solo tramite l’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento.

Al fine di massimizzare i profitti, si è venuto a innescare il classico sistema “a strozzo”, come viene esemplificato dall’immagine qui di seguito.

Un opificio cinese si trovava in provincia di Pavia

In soldoni, l’opificio cinese produce effettivamente i manufatti abbattendo qualsiasi tipo di costo di lavoro (contributivi, assicurativi e imposte dirette) facendo ricorso a manovalanza “in nero” e clandestina, non osservando le norme relative alla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nonché non rispettando i Contratti Collettivi Nazionali Lavoro di settore riguardo retribuzioni della manodopera, orari di lavoro, pause e ferie.

I Carabinieri del NIL di Milano, quindi, dallo scorso settembre, hanno effettuato accertamenti su tutte le modalità di produzione, confezionamento e commercializzazione dei capi di alta moda, procedendo anche al controllo delle aziende appaltatrici e dei sub-affidatari non autorizzati.

Quest’ultimi erano costituiti da opifici gestiti da cittadini cinesi che si trovavano rispettivamente nelle province di Milano, Monza Brianza e Pavia. In totale ne sono stati ispezionati otto, risultati tutti irregolari e al cui interno sono stati identificati 197 lavoratori, 37 dei quali in nero e clandestini sul territorio nazionale. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’opificio cinese nel Pavese si trovava a Villanova d’Ardenghi.



Altre strutture irregolari si trovavano invece a Castano Primo, Pieve Emanuele, Grezzago (tutti Comuni milanesi) e Caponago (Monza Brianza).

Sfruttamento, mancanza di sicurezza e norme igieniche

Negli stabilimenti di produzione effettiva e non autorizzata è stato riscontrato che la lavorazione avveniva in condizione di sfruttamento (cioè con pagamenti sotto soglia, orari di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri ecc…), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione ecc…) nonché ospitando la manodopera in dormitori realizzati abusivamente ed in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico.

Denunciati in dieci per caporalato

I Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano hanno così denunciato a vario titolo per caporalato dieci titolari di aziende di diritto o di fatto di origini cinesi. Altri 37 soggetti sono stati individuati con persone non in regola con la permanenza e il soggiorno in Italia.

Sono state infine elevate ammende pari a oltre 153mila euro e sanzioni amministrative totali per 150mila euro. E’ stata poi sospesa immediatamente l’attività in sei aziende finite sotto la lente per gravi violazioni in materia di sicurezza e per utilizzo di lavoro nero.

Si evidenzia che il procedimento penale per caporalato si trova nella fase delle indagini preliminari e che le responsabilità in merito saranno definitivamente accertate solo ove intervenga una sentenza irrevocabile di condanna.

La nota di Alviero Martini

In queste ore anche il brand Alviero Martini si è espresso in una nota ufficiale:

“Laddove emergessero attività illecite effettuate da soggetti terzi, introdotte a insaputa della società nella filiera produttiva, assolutamente contrari ai valori aziendali, Alviero Martini – annuncia in una nota – si riserva di intervenire nei modi e nelle sedi più opportune, al fine di tutelare i lavoratori in primis e l’azienda stessa”.

Il marchio di alta moda, poi, ha aggiunto

“Ci siamo messi tempestivamente a disposizione delle autorità preposte, non essendo peraltro indagati né la società né i propri rappresentanti, al fine di garantire e implementare da parte di tutti i suoi fornitori, il rispetto delle norme in materia di tutela del lavoro. Tutti i rapporti di fornitura della Società sono disciplinati da un preciso codice etico a tutela del lavoro e dei lavoratori al cui rispetto ogni fornitore è vincolato”.

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primapavia.it è stato pubblicato il 2024-01-17 15:38:24 da Prima Pavia


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