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11 gennaio 2024

Equiparati ai fornitori di “servizi media audiovisivi” dovranno chiaramente indicare che quello che l’utente sta vedendo è materiale sponsorizzato
ROMA – Se ci sfidassero a una gara di audience, finiremmo schiacciati – e lo stesso varrebbe per grandi network televisivi nazionali o internazionali: stiamo parlando degli influencer, o quantomeno dei più seguiti. Per darvi un’idea Khaby Lame, il numero uno tra gli italiani e tra i più seguiti al mondo, ha 161 milioni di follower su TikTok e 80 su Instagram; per fare la proporzione la finale del Festival di Sanremo 2022, record assoluto di ascolti RAI, si è fermata a 13,4 milioni – un diciottesimo scarso. E ancora: il centesimo TikToker più importante d’Italia ha lo stesso numero di follower delle prime puntate del programma di Fabio Fazio sul Nove, 2,8 milioni, un record da quelle parti, un’inezia sui social. Gli influencer, insomma, sono giganti e stanno assumendo nelle vite delle persone lo stesso ruolo ingombrante, talvolta addirittura centrale, che assunse il televisore nelle vite degli italiani a partire dagli anni 50. Eppure ci è voluto un caso penale per sottoporre anche loro a regole simili a quelle che riguardano le televisioni: regole che, giustamente, impongono di segnalare in modo chiaro ogni contenuto pubblicitario di modo che sia distinguibile dal resto. Da oggi tocca anche a loro: l’AGCOM li ha equiparati ai fornitori di “servizi media audiovisivi” – come noi in pratica – stabilendo che chiunque di loro abbia almeno un milione di follower e un “engagement rate” di almeno il 2% deve chiaramente indicare che quella che l’utente sta vedendo è pubblicità. Per chi non lo fa: multe salate, “fino a 600mila euro” spiega l’AGCOM, secondo cui non è possibile associare la propria immagine a un’operazione di commercio senza che questo legame sia pienamente manifesto, altrimenti si rischia di ingannare l’utente, Ferragni-Balocco docet. Caso dal quale l’Authority prende le distanze, “a queste regole lavoriamo da anni” assicura, ma la coincidenza temporale è quantomeno sospetta. Resterebbe poi da capire come si possa mettere la parola “beneficenza” su un profitto da centinaia di migliaia di euro cui corrisponde un obolo da poche migliaia, ma fin lì non ci arriva neppure l’Authority. Neppure un tribunale.
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