[ad_1]
Contrastare l’importazione in Europa di conserve di pomodoro che non rispettano gli standard di sostenibilità europei non significa voler chiudere le frontiere, bensì tutelare la qualità e la sostenibilità di un pomodoro, quello italiano (e piacentino) che da sempre rispecchia rigorosi disciplinari produttivi frutto di una filiera sempre più coesa che ha saputo crescere nonostante le continue difficoltà socio-politiche di questi ultimi tempi ed i dirompenti cambiamenti climatici.
Questo il forte messaggio scaturito dal convegno che si è svolto al Tomato World di Piacenza a Piacenza Expo, dove l’organizzazione interprofessionale del Nord Italia ha illustrato ai rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee la proposta della filiera italiana del pomodoro da industria per contrastare le importazioni nell’Ue di derivati non conformi agli standard ambientali e sociali richiesti, invece, alle analoghe produzioni europee. «La proposta che prospettiamo – ha detto Tiberio Rabboni, presidente dell’Oi Pomodoro da Industria Nord Italia – è il frutto di un lungo e impegnativo confronto in seno alla nostra organizzazione e a quella del Centro Sud, per non assistere impotenti alla concorrenza sleale di alcuni paesi produttori extra europei che negli ultimi anni, in particolare nell’ultimo, hanno aumentato notevolmente l’esportazione di derivati sui mercati internazionali ed europeo».
«Molte di queste produzioni – ha proseguito – sono realizzate in paesi dove il lavoro e l’impatto della produzione sull’ambiente e sulla salute sono poco regolamentate, se non addirittura non regolamentate. E pertanto si propongono sui mercati dell’export con costi di produzione e prezzi incomparabilmente bassi, con gravissime conseguenze per i produttori dei paesi dove le cose si fanno nel modo giusto». «La situazione diventa paradossale quando questi derivati sotto standard – tuona – vengono liberamente venduti nel mercato europeo, dove le regole interne all’Unione impediscono invece ai produttori continentali di produrli e venderli. La soluzione del paradosso è in una regola europea che stabilisca che quello che vale per gli europei deve valere anche per chi importa da fuori Europa prodotti destinati al consumo in Europa».
«L’Italia, eventualmente assieme a Spagna, Portogallo, Francia e Grecia, – ha continuato – deve in tempi brevissimi porre all’ordine del giorno dell’Unione l’approvazione di questa nuova regola». Antonio Casana, consigliere Anicav e presidente del Comitato Sostenibilità di Tomato Europe ha aperto la sua relazione sottolineando «che l’indicazione di origine è essenziale anche per i consumatori, con chiara indicazione se il prodotto è di origine Ue o extra Ue e, volontariamente, ci sia precisato il paese di origine. Va accentuato anche il controllo sugli importatori perché ciò ci garantisce e ci tutela, così come vanno verificate le regole d’ingaggio per la produzione. Anche l’utilizzo della tecnologia genomica, unita alle nuove tecnologie favorisce un prodotto sempre più sicuro e sostenibile, ma tutto – ha concluso- deve essere supportato da obiettivi condivisi di tutta la filiera per soddisfare i reciproci interessi».
«Siamo – ha ricordato il vicepresidente Oi Luigi Sidoli – al terzo posto nella Ue per valore della produzione agricola, con una forte importante nell’export, primi per quella dei pelati nel mondo e quarti per passate, dopo pasta e vini. Valori importanti per un pomodoro che la Ue penalizza con richieste di sostenibilità sempre più cogenti che per fortuna sono state in parte ridimensionate ma sono sempre lì pronte ad essere riproposte in base ai “venti politici”». «In questo contesto, – ha detto – di fronte ad un import con prodotti che seguono regole produttive ben meno restrittive della nostra, il ruolo delle associazioni dei produttori è fondamentale, tuttavia ci sono fenomeni di damping anche all’interno dell’Europa che privilegiano altri paesi (Spagna) che possono contare su costi inferiori ed aiuti maggiori con ettari investiti ben inferiori, ma siamo sottoposti anche ad un dumping scientifico. Il futuro va verso un pomodoro nutraceutico ma la reciprocità non deve essere uno slogan ma applicare gli stessi vincoli per tutti».
Nel corso del convegno, prima delle conclusioni dell’assessore regionale all’Agricoltura Alessio Mammi, sono intervenuti da Bruxelles Paolo De Castro e Herbert Dorfmann. Il primo ha ricordato l’importanza del nuovo regolamento sulle indicazioni geografiche e la differenza sostanziale che c’è tra Ogm e nuove tecniche genomiche ed ha auspicato una nuova Commissione (dopo le elezioni) più bilanciata sull’ambientalismo. «Bisogna poter semplificare la Pac per la filiera del pomodoro», un concetto condiviso da Dorfmann che ha ricordato gli anni di studio universitario a Piacenza: «Bene il libero scambio, ma il mercato sia più equo. Sono stati tolti troppi principi attivi senza adeguate sostituzioni e poi vengono importanti prodotti che invece li usano, con elevati residui. Tra l’etichettatura di origine è necessario comprendere anche il pomodoro da industria».
«Quello dell’Emilia-Romagna – ha detto Mammi – è un patrimonio di 25mila ettari di qualità, dobbiamo avere la forza di dirlo anche per un settore strategico come il pomodoro da industria che ha fatto già tutto ciò che era necessario per la qualità, espressione virtuosa per tutte le filiere produttive e che ha saputo crescere durante anni difficili, tra pandemia, guerre e stravolgimenti climatici. Servono dunque ora strategie chiare ed aggiornate per salvaguardare la capacità produttiva, investimenti mirati per utilizzare al meglio le risorse pubbliche, un piano nazionale per le strutture irrigue, ricerca genomica, nuove tecniche per affrontare il cambiamento climatico, offrire alternative valide ed efficaci per i fitofarmaci. Anche sul mercato serve la reciprocità, con le medesime regole in Ue ed extra Ue».
www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-02-15 18:10:18 da
0 Comments