«Bari, costruire in altezza libera spazi per la comunità», parla il presidente Ordine Architetti

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Mimmo Mastronardi, presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Bari, la visione sulle nuove città non può prescindere da nuove sensibilità ambientali. Come si sviluppa il dibattito nella vostra categoria?

«Sin da dicembre abbiamo presentato, con altri colleghi geologi e urbanisti, un documento rivolto all’opinione pubblica, dal momento che Bari si avvicina al periodo elettorale. Si discute troppo di candidati e mai nel merito dei temi pregnanti la città metropolitana».

Quale l’obiettivo del vostro studio?

«Abbiamo gettato un sasso nello stagno. Accendiamo i riflettori sui problemi connessi all’impatto che le nove grandi opere infrastrutturali in programma nella città avranno sui territori. Basta citare la variante Sud o la camionale che cambieranno la mobilità, mentre bisogna evitare impatti negativi sui beni paesaggistici, come le lame e i siti di interesse geologico da valorizzare».

Le città, in Europa, cambiano volto in pochi anni. Il modello Berlino è ormai un patrimonio continentale e non solo.

«In questo contesto va tenuto presente il patrimonio architettonico moderno “di qualità”, per individuare edifici privi di tutela ma che rivestono una importanza fondamentale, e costituiscono la memoria di progetti fatti da architetti valenti. Legge regionale del 2008 imponeva di fare gli elenchi delle opere di pregio. Solo Bari aveva predisposto questo elenco, mentre la legge regionale sulla ristrutturazione edilizia riprende queste linee».

Le norme in vigore?

«Bastano. Serve la volontà politica di metterle in atto, con gli strumenti adatti. Serve il fare».

Cosa possono fare gli architetti?

«Siamo disponibili a fornire alla Regione o ai Comuni collaborazioni. La Regione ci ha coinvolto dal 2020 per la legge sulle ristrutturazioni, come portatori di competenze e interessi».

Quali i limiti della rigenerazione urbana?

«La nuova legge va in questa direzione. Semplifica i processi amministrativi, evitando gli accavallamenti del passato, con procedure più snelle e dà responsabilità ai comuni, con deliberazioni dei consigli comunali che delineano ambiti dove applicare gli incentivi della legge sulla ristrutturazione. Ma le delibere devono essere precedute da analisi del territorio».

Quali i modelli più avanzati?

«In tutta Europa ci sono stati degli interventi che hanno modificato la realizzazione del vivere quotidiano. Milano è facile da citare, ma nel Nord Europa – in ragione dell’acquisizione di spazi per il pubblico – si è favorita l’edificazione di edifici in altezza per ridurre il consumo di suolo».

I dati Ispra sulla Puglia la indicano come una regione “mangia-suolo”.

«Qui il tema è scottante. Per questo sono favorevole a costruire in altezza, scelta che consentirebbe di avere più spazi da destinare alle comunità».

Edilizia verticale sì, ma vanno evitate speculazioni come “Le Vele”.

«Ogni consiglio comunale deve monitorare il territorio per cogliere gli ambiti su cui intervenire. Evitando cattedrali nel deserto, preservando i centri storici, con una attenzione particolare al verde agricolo. Le leggi regionali definiscono gli ambiti in cui intervenire, ma le zone agricole sono quelle più a rischio per il consumo di suolo».

Il dialogo categorie-istituzioni resta un passaggio che qualifica i processi.

«Ho partecipato alla riunione in quinta commissione, e ho dichiarato di essere soddisfatto del confronto con gli ordini professionali. Nella legge si tutela il patrimonio contemporaneo, e si favoriscono delocalizzazioni di volumi. La sfida passa ai comuni che devono individuare gli spazi dove allocare i nuovi edifici, mai in zone prive di servizi. Per questo è previsto l’obbligo per chi propone progetti che ci sia una relazione asseverata affinché la zona dove atterra il volume non sia priva di servizi».

Alla politica, in conclusione, cosa chiedono gli architetti?

«Bari è il nucleo centrale della città metropolitana. Il tema importante è definire una strategia su tutte le trasformazioni, per riscoprire la città, con tutte le strade trasformate in luoghi di relazioni, per far incontrare la collettività. La legge regionale ha accelerato gli ambiti edili, ma si deve mettere mano alla legge sull’urbanistica, unico elemento capace di dare la possibilità di valutare piani urbanistici per uno sviluppo identitario del territorio».



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www.lagazzettadelmezzogiorno.it è stato pubblicato il 2024-02-02 13:51:30 da

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