Comune di Bari, persi 1,3 milioni: tributi mai incassati

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BARI – Il Comune di Bari può dire addio al milione e 300mila euro che la società Tributi Italia ha riscosso tra ottobre 2008 e ottobre 2009 per Tosap (tassa per occupazione suolo pubblico), Tarsu (rifiuti) e Moi (fitti comunali) ma mai versato nelle casse dell’amministrazione. La società poi è fallita (nel 2010) e per i suoi amministratori 13 anni dopo (qualche giorno fa) è stata dichiarata la prescrizione dei reati (bancarotta e peculato). Con il proscioglimento degli imputati, Patrizia e Giuseppe Saggese, tarantini di 54 e 63 anni, sfuma anche la possibilità per il Comune – che si era costituito parte civile – di recuperare quelle somme.

La società Tributi Italia per un decennio, dalla fine degli anni Novanta fino a tutto il 2009, ha riscosso tasse e imposte per conto di decine di Comuni in tutta Italia e ad 84 di questi, tra cui Bari, ad un certo punto ha smesso di liquidare le somme incassate dai cittadini. Complessivamente si tratta di oltre 300 milioni di euro che gli imputati hanno riscosso omettendo poi – era l’ipotesi accusatoria – di versarli agli enti con cui avevano in corso i contratti di concessione del servizio di riscossione di vari tipi di tributi, dalle tasse sulla pubblicità e sulla occupazione di suolo pubblico, a quelle su rifiuti e immobili.

Tra i Comuni a credito ce ne sono dodici pugliesi. Oltre Bari, stessa sorte amara è toccata in quegli anni a Trani (per 82mila euro), Foggia (2,3 milioni), Brindisi (2,4 milioni) e diverse città nelle province di Lecce e Taranto, come Casarano (1,2 milioni) e Martina Franca (800mila euro). Gli importi di cui la società si sarebbe appropriata variano da cifre abbastanza irrisorie per il bilancio di un ente pubblico, come i 3mila euro dovuti al Comune di Maletto in Sicilia, ad altre decisamente ingenti, come i 136 milioni non versati nelle casse di Pomezia (Roma) dal 2000 al 2009.

Quando il 27 luglio 2010 il Tribunale di Roma dichiarò lo stato di insolvenza della società, si aprì il procedimento penale per bancarotta a carico degli amministratori. L’accusa, cioè, era che quel presunto peculato (aver intascato le somme dei tributi senza versarle nella casse dei Comuni) fosse la conseguenza di un crac fraudolento. Gli indagati, ha poi ricostruito la Guardia di Finanza, avrebbero distratto somme per quasi 20 milioni di euro prelevandole dalle casse della società senza alcuna giustificazione economica, utilizzandone altre per spese e consulenze non necessarie (come noleggio di auto, bonifici sui conti di altre società) e addirittura dissipando risorse della società destinandole all’acquisto di un’altra, la Gestor, già gravata da una gravissima esposizione superiore ai 40 milioni di euro. A questo si aggiungeva il reato di peculato per il quale gli imputati, sempre secondo l’accusa, «trattenevano nella disponibilità della società, che aveva conseguito e gestiva la concessione del servizio di riscossione di tributi riferito a vari enti pubblici, ingenti somme di cui disponevano in ragione del servizio prestato, omettendo di versarle all’ente concessionario nei termini contrattuali». In estrema sintesi, nello stesso periodo in cui riscuotevano centinaia di milioni di euro da decine di Comuni in tutta Italia, anziché versare quel denaro nelle casse degli enti pubblici avrebbero dissipato parte di quelle risorse fino a portare la società al fallimento.

A gennaio 2021 gli imputati sono finiti a processo, assistiti dagli avvocati Domenico Di Terlizzi, Amleto Carobello e Fabrizio Di Terlizzi. Contro di loro si erano costituiti parti civili molti degli 84 Comuni vittime del presunto raggiro, compreso Bari.

Nei giorni scorsi, a oltre un decennio dai fatti contestati, il Tribunale di Roma li ha prosciolti per intervenuta prescrizione di tutti i reati (cinque ipotesi di bancarotta fraudolenta per distrazione e due peculati – gli ulteriori 84 peculati erano già stati dichiarati estinti all’udienza a luglio). È stata accolta, nonostante le opposizioni di Procura e parti civili, la richiesta avanzata dalla difesa che ha eccepito il decorso del termine prescrizionale in virtù della mancata contestazione dell’aggravante del danno di rilevante entità. «Fare giustizia – ha commentato l’avvocato Domenico Di Terlizzi – significa applicare rigorosamente il diritto, anche e soprattutto a beneficio dell’imputato che è e resta il protagonista del processo penale. Oggi per i miei assistiti si chiude un capitolo sofferto della loro vita, ferma restando la convinzione della loro innocenza».

Innocenza che tuttavia non sarà mai provata nel merito, come del resto la loro presunta colpevolezza. Alla fine di questa lunga storia resta una sola certezza: nessuno restituirà ai Comuni i soldi sottratti.



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www.lagazzettadelmezzogiorno.it è stato pubblicato il 2023-11-18 13:59:32 da

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