di Letizia Bonelli
Ci sono uomini che attraversano il proprio tempo e poi vi sono uomini che, pur appartenendo ad un’epoca, riescono a trascenderla, lasciando dietro di sé non soltanto opere, studi, libri, mostre, ma una traccia morale, intellettuale e umana che continua a parlare anche quando il loro passo si è fermato. Egidio Eleuteri apparteneva a questa rara stirpe.
Cattedratico di fama mondiale, interprete sommo dell’arte degli ultimi due secoli, seppe esercitare il proprio magistero con quella forma di intelligenza che non si limita a spiegare il visibile, ma riesce a scorgere il senso profondo delle cose. Dove altri vedevano semplicemente immagini, egli riconosceva destini, tensioni, ferite, slanci, visioni, sapeva leggere la bellezza non come ornamento, ma come rivelazione e la bellezza, dinanzi al suo sguardo, cessava di essere superficie per divenire pensiero, memoria, coscienza. La sua vita fu interamente consacrata all’arte, ma non nel modo sterile e distante di chi la osserva da una cattedra come fosse un oggetto da classificare. Egidio Eleuteri entrava nelle opere come si entra in una casa abitata, le interrogava, le ascoltava, le restituiva al mondo con una profondità e una finezza che pochi possedevano, ogni sua pagina aveva il respiro dell’autorevolezza e insieme il calore dell’anima, ogni sua conferenza sembrava un viaggio dentro il mistero del vedere, ogni sua parola possedeva il raro privilegio di illuminare.
Autore instancabile di monografie, saggi, cataloghi e scritti destinati a rimanere, Egidio Eleuteri ha consegnato alla cultura un patrimonio sterminato. Le sue opere non furono mai esercizi di erudizione, né fredde architetture di nozioni. Erano, piuttosto, luoghi dello spirito, vi abitava una sapienza rigorosa e insieme una sensibilità quasi poetica, capace di accostare il dato storico alla vibrazione interiore, la disciplina del metodo alla grazia dell’intuizione.
Fu curatore di innumerevoli esposizioni, molte delle quali destinate a segnare un’epoca, aveva il dono, rarissimo, di comprendere non soltanto il valore di un’opera, ma il dialogo invisibile che essa poteva intrecciare con le altre, con il tempo, con gli uomini. Le sue mostre non erano semplici successioni di quadri e di sculture, erano narrazioni, percorsi dell’anima, geografie della memoria. Sapeva mettere in relazione artisti, epoche e linguaggi con una maestria che nasceva da una conoscenza immensa e da un gusto impeccabile.
Signore della galleria d’arte tra l’America e Roma, seppe abitare mondi diversi senza mai perdere la propria misura., portò l’eleganza della cultura italiana oltre confine e, insieme, riportò in Italia il respiro internazionale delle grandi correnti artistiche. Tra due continenti costruì un ponte fatto di idee, di bellezza, di relazioni, di fiducia, non inseguì mai la notorietà come fine; la notorietà, semmai, lo raggiunse perché il suo nome era divenuto sinonimo di credibilità, di eccellenza, di rigore.
Apparteneva a quella generazione che non conosceva la resa, una generazione temprata dalla fatica, dalla disciplina, dal senso del dovere. In lui il lavoro non fu mai un mestiere soltanto: fu una forma di fedeltà; fedeltà all’arte, alla verità, allo studio, alla parola data. Portò sempre con sé un’etica ferrea, austera persino, ma mai disgiunta dalla gentilezza. Dietro la sua autorevolezza viveva infatti una discrezione antica, una signorilità sobria, quasi d’altri tempi; non aveva bisogno di alzare la voce per essere ascoltato, bastava la sua presenza.
Ed è forse proprio qui che si cela la parte più preziosa della sua eredità, nella coincidenza perfetta tra ciò che insegnava e ciò che era. In un’epoca che troppo spesso confonde il successo con l’apparire, Egidio Eleuteri ha incarnato il valore silenzioso della sostanza. Non cercò mai il clamore, perché sapeva che la vera grandezza non ha bisogno di essere proclamata: si riconosce.
Per la sua famiglia fu padre attento, guida discreta, approdo sicuro, non uno di quei padri che occupano la scena, ma di quelli che costruiscono, proteggono, orientano. La sua forza non era rumorosa, era la forza mite di chi sa esserci sempre, di chi accompagna senza imporre, sostiene senza trattenere, ama senza fare del proprio amore uno spettacolo.
Per coloro che ebbero il privilegio di conoscerlo, di lavorare accanto a lui, di ascoltarlo, di incrociare anche solo per un tratto il suo cammino, Egidio Eleuteri rimarrà un esempio che non si cancella. Vi sono uomini che lasciano un vuoto. Egidio Eleuteri lascia qualcosa di ancora più difficile da descrivere: una presenza che continua, continua nei suoi libri, continua nelle mostre che portano ancora il segno del suo sguardo, nelle parole di chi lo ha amato e stimato,
continua in quella forma alta e rara di nostalgia che non è soltanto dolore per ciò che manca, ma gratitudine immensa per ciò che è stato.
Noi che gli sopravviviamo apparteniamo alla generazione che non lo dimenticherà mai, perché Egidio Eleuteri non è stato soltanto uno studioso, un critico, un uomo di cultura , è stato un custode della bellezza. E i custodi della bellezza, in fondo, non muoiono davvero: restano nelle cose che hanno saputo illuminare.

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