Inceneritore, la class action vince anche in Appello

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SCARLINO. È una storia lunga 30 anni, quella che si è conclusa il 30 gennaio scorso, con la sentenza numero 195 del 2024 della Corte d’appello di Firenze, alla quale aveva presentato ricorso la società Scarlino Energia, proprietaria dell’inceneritore. Una storia cominciata con le manifestazioni, con i blocchi stradali allestiti sull’Aurelia già nei primi anni Novanta. 

Con la battaglia, strenua, degli ambientalisti. Che 13 anni fa decisero di promuovere, guidati dall’avvocato Roberto Fazzi, una class action contro i gestori dell’impianto.

Due immagini dell'inceneritore di Scarlino che sarà demolito
Due immagini dell’inceneritore di Scarlino che sarà demolito

 Class action che ha vinto i primi due gradi di giudizio: quello del tribunale di Grosseto e quello della Corte d’appello, blindando così la consulenza dei tecnici. «Se anche la società ricorresse in Cassazione – spiega infatti l’avvocato Fazzi – quello che è stato stabilito nel merito non potrà essere contestato. Tutto quello che abbiamo sostenuto, ovvero che quell’impianto così com’era progettato, fosse dannoso per l’ambiente è stato confermato e non potrà più essere smentito». 

La class action fu promossa nel luglio del 2013, dopo che – nel mese di maggio – era stato rilevato, anche da parte dell’Arpat, uno sversamento di diossine ben superiore rispetto ai limiti di legge.

L’attività dell’impianto fu sospesa dalla Provincia, in seguito a quei risultati. E da allora, cominciò una battaglia di carte, analisi, perizie e ricorsi che è terminata con la sentenza della Corte d’appello. 

A luglio del 2013 infatti, fu promossa una class action, alla quale hanno preso parte 90 soggetti, tra persone fisiche, imprese e associazioni. «L’obiettivo era quello di chiedere al giudice che l’attività venisse inibita – spiega Fazzi – L’impianto era inadatto a bruciare il cds prodotto dalle Strillaie perché era obsoleto. L’azione si è conclusa nel 2019 con la prima sentenza inibitoria al proseguimento dell’attività, emessa dal tribunale di Grosseto».

Fondamentale fu la perizia tecnica, la stessa che ha retto il vaglio della Corte d’appello.

Una perizia durata un anno e mezzo

I quattro periti del tribunale, furono incaricati di accertare la sostenibilità dell’impianto da tutti i punti di vista (impiantistico, ambientale, sanitario). «Hanno accertato che vi erano fondati elementi per considerare la ripresa dell’attività – si legge nella sentenza – insostenibile da un punto di vista ambientale e/o sanitario per il contesto dell’area della piana di Scarlino». A meno che l’impianto non fosse ammodernato. 

Un anno e mezzo di analisi, di misurazioni, di relazioni. Tanto è durato il lavoro dei quattro periti, tra cui due professori dell’Università di Pisa.

La forza dell’azione legale promossa dalla class action risiede in un punto preciso: l’azione civile è stata completamente svincolata da ogni questione autorizzativa e si è concentrata solo sull’analisi dello stato dell’arte. 

Ovvero, che l’impianto era inadatto per il tipo di lavoro che stava svolgendo. «Quando siamo entrati nell’impianto – ricorda Roberto Barocci, uno dei promotori della class action – abbiamo visto che le camere dove dovevano restare i vapori di diossina, che sarebbero dovute essere alte cinque metri, in realtà ne misuravano solo due. E anche le dimensioni dei forni erano inadeguate. L’impianto era stato costruito nel 1950 per bruciare la pirite, non poteva essere utilizzato per incenerire il cds».

Gli ambientalisti: «Senza inceneritore, 110 nuovi posti di lavoro»

La sentenza del Consiglio di Stato stabilisce, così come già successo in primo grado, che se l’impianto sarà rimesso in funzione, dovrà essere adeguato. Ma Scarlino Energia, che in un primo momento aveva presentato un progetto di riqualificazione alla Regione, non sembra più interessata a proseguire su questa strada. 

C’è infatti un piano di demolizione e un progetto, firmato Iren, per la realizzazione di 4 impianti di trattamento dei rifiuti. 

«Finché l’impianto è lì, potrebbe essere rimesso in funzione – spiega ancora Fazzi – ma in quel caso l’attività verrà inibita». Ora, al posto dell’inceneritore, nasceranno quattro nuovi impianti. 

«Abbiamo letto che Iren stima la creazione di 110 posti di lavoro – aggiunge Roberto Barocci – È lo stesso numero che avevamo previsto noi, quando puntavamo su un sistema differente di trattamento dei rifiuti. Per anni siamo stati accusati di essere contro gli operai, di non pensare alla tutela dei posti di lavoro. Non era vero, e i numeri annunciati oggi da Iren confermano che anche su quel punto, avevamo ragione». 

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www.maremmaoggi.net è stato pubblicato il 2024-02-03 11:03:41 da Francesca Gori

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