OMICIDIO BARISCIANO: IL PG SGAMBATI NON HA DUBBI, “ERGASTOLO A PAOLUCCI” | Ultime notizie di cronaca Abruzzo

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L’AQUILA – “Gianmarco Paolucci deve essere condannato all’ergastolo e le aggravanti negate in primo grado devono essere considerate sussistenti”.

Queste le richieste dell’avvocato della Procura  generale, Alberto Sgambati, nel processo di Appello per l’omicidio di Barisciano per il quale l’imputato, un macellaio di 29 anni, è  stato condannato in primo grado a 15 anni di carcere aver ucciso Paolo D’Amico, l’operaio 55enne trovato morto il 24 novembre del 2019 nella sua villetta isolata nel piccolo centro dell’Aquilano.

L’omicidio sarebbe avvenuto per questioni di spaccio e consumo di droga. L’assassino, secondo i carabinieri, ha inferto 22 colpi contro la vittima sul torace, le mani e il capo, con uno scalpello-cesello per la lavorazione del legno e poi con un martello da lavoro

Secondo il rappresentante dell’accusa la prova regina esiste ed è rappresentata dalle tracce del dna dell’accusato trovato sul corpo della vittima. Ma la richiesta di ergastolo poggia sulla attribuzione delle aggravanti: crudeltà e futili motivi. A suo avviso la crudeltà va contestata in quanto delle 22 ferite inferte, alcune non avrebbero comunque causato la morte, per cui ci sarebbe stata una sorta di sadismo.

Quanto ai futili motivi essi vanno ricondotti al fatto che l’imputato avrebbe dovuto versare dei soldi alla vittima per questioni di droga ma si trattava di pochi spiccioli a fronte di un omicidio.

Non basta. Sgambati, sulla scorta del fatto che il presunto assassino avrebbe portato dei guanti di lattice evitando di lasciare impronte, ha sostenuto che ci sarebbe potuta essere anche la premeditazione che non può più essere contestata, ma va valutata quanto a una considerazione generale  del profilo dell’accusato che avrebbe più volte mentito e  rallentato le indagini come per il reperimento del dna poi recuperato dai carabinieri fingendo un alcol test.

Inoltre, a suo avviso, il fatto che il cadavere sia stato occultato e portato via con una sorta di trascinamento, lascia supporre che l’imputato fosse solo e che non ci fossero possibili altri sospettati con lui. Altrimenti il cadavere sarebbe stato sollevato.

Poi le perizie assicurerebbero la presenza del sospettato in un luogo compatibile a quello del delitto, escludendo che egli stesse nella frazione di Bagno. Le stesse perizie non danno peso al fatto che i colpi siano stati inferti usando la mano destra, nonostante l’imputato fosse mancino dato che sul lavoro sapeva ben adoperare anche la destra. Sempre in chiave di perizie, tramite un sistema adoperato dalla polizia israeliana, si sono potuti ricostruire e accertare i contatti telefonici tra imputato e vittima.

Paolucci, che è in carcere e oggi era in aula, è assistito dagli avvocati Mauro Ceci e Alessandra Di Tommaso che puntano a una assoluzione piena del loro assistito.

Secondo la difesa, nel processo non ci sono punti fermi importanti: per esempio è incerta l’ora della morte ed è sicuro che è stata trovata anche una traccia di sangue che non appartiene al sospettato, ma a qualcuno ancora ignoto. Tutto lascerebbe pensare, a loro dire, che più persone fossero nella casa quando c’è stato il delitto.

La sentenza del collegio di assise di appello  è attesa per il 16 febbraio quando parlerà la difesa.  La parte civile, rappresentata dagli avvocati Antonio e Francesco Valentini, si è associata alla richieste del rappresentante dell’accusa.

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