Aggressione squadrista a Bari, gli attivisti di CasaPound pronti all’assalto dal giorno prima con mazze e caschi

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BARI – «Mazze caschi ed altro procura tu. E mettili dal giorno prima in sede o nelle vicinanze. Non farci fare il viaggio a noi armati. Ancora qualche perquisizione improvvisa». È lo stralcio di una conversazione in chat risalente al 16 settembre 2018 tra il 46enne barese Giuseppe Alberga e il 31enne di Foggia Ciro Finamore, imputati per ricostituzione del disciolto partito fascista con altre sedici persone, alcune delle quali – tra cui Finamore – accusate anche della presunta aggressione squadrista della sera del 21 settembre 2018 nei confronti di un gruppo di manifestanti antifascisti di ritorno da un corteo organizzato in occasione della visita nel capoluogo pugliese dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Quella sera, a pochi passi dalla sede del circolo Kraken in via Eritrea, nel quartiere Libertà (dove aveva sede anche CasaPound Bari, sequestrata e chiusa a dicembre di quell’anno) un gruppo di militanti del movimento politico di estrema destra – contesta il procuratore Roberto Rossi – avrebbe picchiato alcuni dei partecipanti alla manifestazione «Bari non si lega» e, secondo l’accusa, la base operativa di quell’assalto ritenuto squadrista fu proprio la sede del circolo.

La chat whatsapp tra Alberga e Finamore risale a cinque giorni prima dell’aggressione. Finamore – si legge nella conversazione – dice ad Alberga di essere stato contattato perché «serve manforte al Kraken per venerdì, a causa della manifestazione», cioè per il successivo 21 settembre. «Si si confermo» gli risponde Alberga, all’epoca referente provinciale di CasaPound, il quale poi la mattina del 21, sempre in chat, dà appuntamento «alle 18, al Quartiere Libertà di Bari» dove «si terrà una manifestazione antifascista molto partecipata e c’è bisogno di sostegno e presenza alla nostra sede che si trova nello stesso quartiere. Dobbiamo essere in tanti. Insieme per una serata aggregativa. Ci saranno anche delegazioni delle altre comunità di CasaPound di tutta la Puglia». A questo messaggio Finamore risponde: «Presente. Pesantemente armato».

Quando in una delle ultime udienze Alberga si è sottoposto ad esame, proprio su questa chat ha spiegato che «scherzando tra ragazzi diciamo armi per dire birra e focaccia. Era una festa, ognuno portava qualcosa, il nostro obiettivo era vivere quella serata in armonia e fratellanza e la concomitanza con la manifestazione antifascista fu del tutto casuale». «Posso dire senza ombra di dubbio, a difesa mia e di tutti, – ha insistito l’imputato – che nessuno era in possesso di armi, non è nella nostra consuetudine assoluta e neanche nelle nostre menti l’uso di armi». L’aggressione, però, ci fu (se si sia trattato di un assalto squadrista lo decideranno i giudici) e lo documentano anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Nel pestaggio rimasero feriti in quattro (Antonio Perillo, l’assistente parlamentare dell’ex eurodeputata Eleonora Forenza, Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista, Claudio Riccio di Sinistra Italiana e Enrico Ricco), tutti costituiti parti civili con Anpi, Rifondazione comunista, Comune di Bari e Regione Puglia.

Sulla trascrizione della chat ieri in aula si è consumato un botta e risposta tra accusa e difese. Il procuratore Rossi ha insistito per l’acquisizione del testo della conversazione ma le difese degli imputati si sono opposte. I giudici (presidente del collegio Ambrogio Marrone) hanno chiesto di produrre il supporto informatico con il file della chat o, in alternativa – ed è quello che sarà fatto – di citare come testimoni i consulenti che hanno estrapolato e trascritto la chat. Questo ha fatto slittare la requisitoria, che era prevista per l’udienza di ieri, con rinvio al prossimo 30 maggio. A tutti i 18 imputati, militanti arrivati a Bari da tutta la Puglia per quella che, secondo la Procura, fu una «spedizione punitiva» giustificata «dalla ideologia fascista» e compiuta con «metodo squadrista», si contesta la violazione della legge Scelba e, in particolare, la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Sette di loro, i «picchiatori», coloro cioè che avrebbero preso parte all’aggressione con manubri, manganelli e cinture, ferendo quattro persone, rispondono anche di lesioni aggravate.



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www.lagazzettadelmezzogiorno.it è stato pubblicato il 2024-04-12 13:10:45 da

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