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La battaglia legale, politica e di principi contrapposti consumatasi sulla sua testa – a cavallo fra Regno Unito e Italia – è finita, per Indi Gregory comincia l’ultimo viaggio di un’esistenza comunque troppo breve. A mettere un punto fermo sul destino della bimba inglese di 8 mesi, affetta da una patologia mitocondriale gravissima, decretata come terminale dai medici del Queen’s Medical Centre di Nottingham e dai giudici britannici, è stato oggi il distacco dai principali dispositivi vitali, più volte annunciato e rinviato. Distacco eseguito alla fine sotto scorta di polizia in un hospice locale, come imposto dalle corti del Regno alla famiglia, a partire dall’interruzione della ventilazione assistita e dall’aggancio a strumenti alternativi che dovrebbero garantire alla piccola di non soffrire, mentre le verranno somministrati i famaci palliativi incaricati d’accompagnarla “gradualmente» verso la morte. Nel nome di un epilogo ormai scritto, nonostante la straziata opposizione dei genitori, Dean Gregory e Claire Staniforth, e giustificato da toghe e camici bianchi d’oltre Manica come la soluzione meno crudele e dolorosa possibile, per quanto tragica, da adottare «nel miglior interesse» della sfortunata bebè. Un epilogo che resta peraltro sospeso fino a quando – ore o giorni, nessuno lo sa – il cuore di Indi smetterà di battere e il suo corpicino prostrato dalla malattia cederà del tutto (per Alfie Evans, al centro di una vicenda pressoché identica compiutasi nel 2018, ci vollero 5 giornate intere). E che non cancella polemiche, dubbi di coscienza, recriminazioni incrociate fra la penisola e l’isola. Dal fronte italiano a farsi sentire restano gli attivisti che hanno hanno appoggiato e promosso strenuamente la battaglia della famiglia – assieme a un team di avvocati e ad associazioni pro life cristiane inglesi – in favore di un prolungamento dell’assistenza e poi dell’opzione del trasferimento al Bambino Gesù messa disposizione un paio di settimane fa dall’ospedale pediatrico romano come in altre situazioni analoghe precedenti.
Ma pure esponenti della maggioranza di Giorgia Meloni, impegnatasi personalmente negli ultimi giorni per assicurare la concessione lampo della cittadinanza italiana a Indi (come fatto invano 5 anni fa anche per Alfie dalla compagine di Paolo Gentiloni) e tentare poi tutta una serie di passi successivi. Fino all’appello senza precedenti al ministro della Giustizia della governo Tory di Rishi Sunak, Alex Chalk, a “sensibilizzare» la magistratura per provare a indurla a cedere la giurisdizione sul dossier all’Italia, sulla base d’un’interpretazione ampia della Convenzione dell’Aia del ’96 in materia di cooperazione giudiziaria internazionale. Interpretazione che i tre giudici della Corte d’Appello di Londra, protagonisti ieri del verdetto di ultima istanza. hanno rigettato d’altronde in toni perentori. Da un lato liquidando “la tattica legale» dei Gregory come frutto di «una manipolazione» degli attivisti; dall’altro denunciando – nel dispositivo del giudice relatore Peter Jackson – «l’intervento delle autorità italiane» alla stregua di «un fraintendimento totale dello spirito della Convenzione dell’Aia». E in ogni modo avallando «le forti evidenze» a sostegno della prognosi dei medici di Nottingham, legata a un’assenza ormai definitiva di “interazioni» da parte di Indi e ai segnali di una sua “significativa sofferenza» causata dai trattamenti «invasivi». Parole che i genitori della bambina hanno continuato a contestare sino in fondo, dicendosi «disgustati» e bollando il no di ieri al loro estremo ricorso come «un ultimo calcio sui denti». E che secondo Jacopo Coghe, di Pro Vita & Famiglia onlus, celerebbero in realtà «parametri sulla dignità della vita totalmente eutanasici». Papa Francesco, dal canto suo, ha scelto di offrire in queste ore «vicinanza e preghiere a Indi, alla sua mamma e al suo papà». Mentre Beppino Englaro, che per 17 anni, dal 1992, condusse una battaglia per vedersi riconoscere in quanto padre il diritto a decidere lui della sospensione della cure alla figlia Eluana, ha notato come il dilemma su chi debba avere l’ultima parola sul fine vita, tra famiglie e autorità, resti fondamentale, in un senso come nell’altro: e andrebbe chiarito a livello mondiale «una volte per tutte e per tutti», se solo non fosse «pura utopia».
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gazzettadelsud.it è stato pubblicato il 2023-11-11 18:16:45 da

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