la mia prima maglia? Del Sindaco, Osio. Lo Stadio è necessario”


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Quella maglia bianca, con le maniche gialle e blu, è stato il primo vessillo del Parma che – ancora oggi – il sindaco Michele Guerra custodisce gelosamente. La parte posteriore è riempita da un numero, il nove. Quello di Marco Osio che per tutta Parma era ed è rimasto il sindaco. Suona un po’ come un passaggio di consegna: il sindaco che firma con un pennarello la maglietta di quello che sarebbe diventato, dopo una trentina di anni, il primo cittadino di Parma. Era scritto dietro a quella maglia. “Avevo voluto fortemente quella dedica. Sopra il nome mi ero fatto fare l’autografo da Marco. E gliel’ho anche ricordato ora che l’ho ritrovato tra i banchi del Consiglio Comunale”.  Michele Guerra, come nasce la sua passione per il calcio? “Vengo da una famiglia che ha sempre avuto amore per questo sport. Ho cominciato a giocare e a guardare le partite del Parma che avevo 5, 6 anni. A 8 anni, nel 1990, il Parma è arrivato in Serie A e quindi è cominciata una stagione di calcio indimenticabile per la città. Da li tutto si è consolidato”. Ha sempre tifato per il Parma? “I nonni, mio padre, hanno sempre visto il Parma come squadra di riferimento, anche se al tempo oscillava tra Serie C e Serie B. Da quando è tornato in Serie A e stabilmente ha gravitato nel calcio che conta, io ho sempre guardato solamente il Parma. Avevo 8 anni, da allora tifo Parma perché quel campionato in cui è stata raggiunta la massima serie è stato così travolgente da farmi innamorare definitivamente. I miei figli sono nati in un contesto gialloblu già avviato e consolidato. Per cui posso dire serenamente che a casa Guerra si tifa solo Parma”.  Ha giocato a calcio? “Sì, ho cominciato in porta. Ero piccolo, avrò avuto 8, 9 anni: succede che durante una partita mi rompo un dito e l’allenatore mi fa giocare a centrocampo. Me la sono cavata bene e da quel momento in avanti ho sempre giocato a metà campo. All’inizio con il numero 6 poi, per un periodo più lungo, ho giocato con la 10. Ho cominciato a giocare nella squadra della scuola, La Salle. Aveva una squadra di calcio che ha rappresentato per noi ragazzi una palestra di vita. Era un ambiente molto bello. Una squadra fatta da compagni di classe: avevamo un gruppo affiatato, condividevamo sia la scuola che il calcio. Ed eravamo anche buoni a giocare. Abbiamo raggiunto tanti risultati sportivi. A un certo punto, però, c’è stata una specie di fusione con la Mercury e io sono andato a giocare a Bibbiano, fino a che non ho smesso. Juniores ed Eccellenza: sono arrivato fino a lì”.   La sua prima partita da tifoso allo Stadio? “Era il campionato di Serie B, prima della promozione. Parma-Padova 3-1 di cui ricordo nitidamente i marcatori: De Nicola, Turrini e Baiano”. L’idolo del passato? “Diciamo che ci sono diverse età della mia vita da tifoso. Quando ero piccolo era appena arrivato a Parma un portiere brasiliano: Claudio Taffarel e io all’epoca giocavo in porta. È venuto a La Salle a farci visita. Nella foto con lui avevo un’espressione stupita: averlo al fianco è stato straordinario. Nel coso degli anni, poi, ci sono stati molti giocatori che ho ammirato. Uno di questi era Gianfranco Zola perché era un fuoriclasse che avrebbe potuto esprimersi a un livello pari a quello di chi ha avuto più fama di lui nel suo periodo d’oro. Poi è arrivato Thuram. Difensore unico per eleganza e correttezza negli interventi: aveva uno stile tutto suo. Mi dava l’impressione di essere un calciatore dalla struttura morale imponente, sicuramente diverso dagli altri. Poi quello che è successo fuori dal campo, quando Thuram è diventato un uomo impegnato nella lotta al razzismo, lo ha dimostrato. Si è confermato un campione anche nella vita. Una persona che ho sempre visto come un idolo sportivo, ad esempio, è Nevio Scala. Ho un aneddoto su di lui”. Prego. “A 18 anni mi era stata regalata per il mio compleanno una maglietta. Un amico aveva avuto l’idea di realizzare un collage di foto. C’erano tutti i personaggi più famosi. In un Pantheon ideale lui aveva messo anche Nevio Scala. Mai scelta fu più azzeccata. Accanto a Bob Dylan e Stanley Kubrick c’era Scala. Nella memoria di tutti i tifosi del Parma”. Chi è il giocatore al quale è più legato oggi? “Adrian Bernabé: per qualità sportiva. È di gran lunga il più forte e promettente. Ci sono già tanti giocatori che rubano l’occhio, ma la modestia, l’umiltà e l’impegno che vedi negli occhi di Adrian Bernabé è qualcosa di unico”. Il gol che non dimenticherà mai? “Per dinamica dico quello di Fabio Simplicio contro il Cagliari. Una sassata da lontano, all’ultimo secondo. Ero già sulle scale, stavamo andando via perché era ormai andata. Ma allo scadere del tempo, il boato ha spinto i miei occhi sul campo. Simplicio ha tirato di controbalzo con la palla che è finita sotto al sette. Un gol che ricordo con tantissimo piacere”.  La vittoria più bella? “Tante: quella più emozionante è stata sicuramente quella di Wembley. Pensare di vincere una coppa europea con il Parma, con una città in cammino verso Londra per dire ‘ci crediamo’, dominando una partita senza mai dare mai i’impressione che l’Anversa potesse impensierirti: che spettacolo! Tutti abbiamo nella memoria quella notte, tutti portiamo nel cuore quella vittoria. Ma vorrei menzionarne altre due”. Quali? “Una è quella di Mosca contro il Marsiglia: affatto scontata. Quella secondo me era la squadra più forte in assoluto. Un undici che faceva paura. L’altra è la vittoria con l’Alessandria. Si arrivava a Firenze, in un contesto dove tu eri favorito per andare in Serie B. Nel calcio non c’è nulla di scontato, però. La squadra ha fatto una partita maiuscola, non è andata mai in difficoltà. È stata la partita che ha lanciato la squadra dritta in Serie B”.  Quale campione le piacerebbe vedere con la maglia del Parma? “Due: uno è Federico Chiesa che è un grandissimo calciatore. Ho amato molto suo padre, Enrico, che è stato comunque un grandissimo campione. Non mi dispiacerebbe se arrivasse, ma parliamo di ipotesi irreali. L’altro, quello che in questo momento mi sta impressionando è Yildiz. Uno dei giocatori più forti che ho visto”. Le piace Pecchia? “Sì. Pecchia ha un’idea di calcio e una modestia nell’adottarla che sono davvero dei valori importanti. Mi ha sorpreso molto questa sua idea di far girare tutti con il turnover: li tiene tutti in considerazione. È impossibile dire quale sia l’undici titolare del Parma. Per chi è della mia generazione, abituato a disporre delle formazioni tipo e a recitarle a memoria come il primo Parma di Nevio Scala, è una cosa insolita. I risultati gli danno ragione, il Parma ha un numero di giocatori titolari molto elevato, questa penso sia un merito di Pecchia”.Da tifoso è scaramantico?  “No”. In quale settore dello Stadio è abbonato? “Sono stato sempre abbonato nei distinti, in Tribuna Est: dal 1990 alla Serie D. In Serie D mi sono trasferito nella Tribuna Petitot. Sono anche andato in curva, sia in casa che in trasferta: come a Brescia, per esempio. I bimbi ci vanno volentieri in Curva quando si va in trasferta”.  Come se lo immagina il nuovo Tardini? “Me lo immagino come uno stadio elegante, uno stadio più accogliente, dove al rito della partita si possa aggiungere la bellezza del contesto dell’evento. Quando ci capita di andare in grandi stadi e vedere le partite ci capita di ammirarne anche la bellezza. Accanto a questo sarò contento di vedere uno stadio più rispettoso dei diritti di tutti i tifosi. Oggi non lo è, partendo dal problema dell’accessibilità per i diversamente abili. Oltre all’infrastruttura, ne avrà vantaggio il tifo fatto di famiglie. Per passare quella che non è solo l’occasione di vedere una gara sportiva ma anche di vivere un’esperienza che sappiamo come per tanti parmigiani rappresenti uno spaccato di vita familiare. Per me e stato così. Ho cominciato ad andare allo stadio con fratelli e nonni, sia materni che paterni. Un rito che ci vedeva tutti uscire di casa. È stata un’esperienza di vita famigliare, quella che il nuovo stadio ha nel suo spirito per potenziare il legame con la città”. A proposito: a che punto siamo con l’iter dello Stadio? “Vorrei dire che non sono sorpreso dai toni del dibattito, tutte le città italiane stanno vivendo la medesima situazione. Siamo il Paese che ha gli stadi più arretrati in Europa, alcuni sono letteralmente fatiscenti. È normale che oggi la ripresa dell’Italia passi anche attraverso la riqualificazione dei suoi impianti. Molti di questi sono di proprietà comunale. L’ultima operazione di riqualificazione era stata fatta per Italia ’90. Andiamo indietro di 35 anni quasi. Bisogna intervenire subito. Il dibattito è normale che ci sia. Gli altri sindaci delle altre città hanno gli stessi problemi che abbiamo noi. Credo…

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www.parmatoday.it è stato pubblicato il 2024-01-31 16:00:00 da


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