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(di Daniela Giammusso)
“Joseph Beuys (il pittore tedesco
ndr) diceva: ‘siamo tutti artisti’. Il gesto d’arte è più
semplice di quel che si vuol dire. E’ anche un gesto di
generosità, perché chi decide di fare un’opera, un film, un
lavoro, si mette completamente a repentaglio”. Parola di
Massimiliano Fuksas, 81 primavere e un universo di architetture
firmate nel mondo, dal Peres Center for peace di Giaffa al
Terminal dell’Aeroporto di Shenzhen-Bao’an in Cina. E una vita
incredibile, intrisa di quell’entusiasmo che animava gli anni
’60, di viaggi, di impegno politico, di insegnamento come atto
radicale. Soprattutto, di incontri sorprendenti. A raccontarli
oggi è lui stesso, con E’ stato un caso, suo ultimo e
autobiografico libro edito da Mondadori, presentato ieri insieme
all’artista Francesco Vezzoli e al giornalista Eduardo Cicelyn,
al Maxxi, il Museo delle arti del XXI secolo cui Fuksas nel 2011
ha donato due sue opere: il progetto per la palestra di Paliano
realizzata nel 1979 e quello per il Nuovo Centro congressi di
Roma.
In quelle pagine, come nelle parole al Maxxi, non sembra una
vita, ma cento e più. “Prima se non ricordavo qualcosa lo
chiedevo a mia madre. È morta a 101 anni – spiega – Piano piano
c’ero solo io a sapere certe cose, come il luogo dove fosse
sepolto mio padre. Mia figlia Elisa ha scritto un libro sulla
sua ricerca della tomba. La memoria non serve tanto per fare
l’artista, ma per ricordare agli altri qualcosa che ti interessa
della tua vita. Questa la ragione profonda per cui alla fine ho
deciso di raccontarla io questa storia”. E allora ecco il Fuksas
pittore diciottenne senza grandi obiettivi, cui la madre
sentenzia: “Già vedo l’ombra del fallimento alle tue spalle. Mi
voltai – dice – è in effetti c’era la mia ombra. Così mi
iscrissi ad Architettura”. Un mentore come Bruno Zevi, i primi
lavori allo studio Marchini. L’impegno politico: “Dopo la
rivoluzione francese, per duecento anni, fino a oggi, abbiamo
vissuto cercando di creare forme di democrazia, di rispetto di
diritti civili. Adesso improvvisamente il gioco del Monopoli è
finito – dice – Prima hanno dato le carte a tutti, creando un
ceto medio. Poi hanno deciso che era finito: 1.200 persone si
sono prese tutto e quattro miliardi di altre lavorano per loro.
Questa non è politica, è un’ingiustizia totale, che prima o poi
si paga. Ma sono ottimista, sono convinto che il peggio è
passato e da adesso riprenderemo a ragionare più liberamente”.
E poi ci sono quegli incontri sorprendenti. “Fuksas si è trovato
per professore al liceo Asor Rosa – ricorda Cicelyn – E’
compagno di scuola di Bernardo Bertolucci e Barbara Alberti.
Gioca a calcio con Pasolini. Fa l’autostop e lo prende Sandro
Ciotti”. E ancora, Vittorio Gassman, Giorgio De Chirico, il Che.
“Mia moglie Doriana dice che ho scritto anche cose non vere –
prosegue Fuksas – Ma è tutto accaduto, anche l’incontro con il
Che, a Cuba, quando giravamo il mondo con degli amici come
cortadores”.
“Sono stordito dalla quantità di persone che hai incontrato. Sei
la Lollobrigida dell’architettura”, scherza Vezzoli. “Ho
conosciuto anche lei”, ribatte Fuksas. Determinate, a metà
università, quando ancora l’amore per l’architettura non era
sbocciato, l’incontro con lo Studio Archigram di Londra. “Mi
dissero: se vuoi unisciti, tanto non ti paghiamo. Alla fine ci
ho creduto”.
Caso o fortuna? “Quella di Massimiliano Fuksas è la storia degli
anni Sessanta – dice Cicelyn – E’ una questione esistenziale. È
la storia di un giovane creativo che prende la vita di petto”.
“Oggi – conclude Vezzoli – i ragazzi pensano che con un
messaggio sui social potranno incontrare il loro Peter Cook. Non
hanno capito che devono proprio andare a bussargli alla porta di
casa”.
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www.ansa.it è stato pubblicato il 2025-05-24 10:30:58 da

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