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«Le paghe degli operai metalmeccanici sono ferme agli anni ’90. Quando chiedi un aumento, generalmente te lo danno, ma di lavoro. Parlano di “risorse umane”, ma quando queste si esauriscono, perché non valorizzate, diventano intercambiabili con il primo che passa, ed il cane si morde la coda». Questo è un post lasciato da Luca C., su Facebook, nelle scorse ore. Uno dei tanti commenti arrivati in merito alla “riflessione-sfogo” dell’ingegner Paolo Gazzola, un professionista originario di Rivergaro che, dopo molto esperienze all’estero, vorrebbe rientrare a casa, ma non riesce. Il suo profilo interessa a molte realtà locali, ma le offerte economiche sono molto lontane da quanto si aspetterebbe. Gazzola, spinto da un’analisi della Camera di Commercio che evidenziava la mancanza di addetti in diversi settori dell’economia piacentina, aveva contattato la nostra redazione. L’articolo pubblicato ieri da “IlPiacenza” ha generato un interessante dibattito locale, che abbiamo deciso di riportare. Si parla, anzi, si scrive, del mondo del lavoro a Piacenza e provincia, delle offerte e degli stipendi di una realtà, quella locale, comunque appartenente a quella parte d’Italia – il Nord – dove quantomeno può esistere una opportunità per (quasi) tutti. Già, ma a quali condizioni c’è questo lavoro? Il rapporto tra lavoro e stipendi, a detta di quasi tutti, andrebbe ritoccato verso l’alto. «Gli stipendi attuali – è la riflessione di Debora S. – sono uguali alla media delle pensioni, peccato che il rapporto sia di uno stipendio di un lavoratori ogni quattro pensioni. Non è possibile economicamente un gap del genere. Gli stipendi vanno alzati e non parlo di aziende super tassate eh. Sono 25 anni che lo Stato aiuta le aziende. Guarda caso i titolari sono sempre più ricchi e ai dipendenti si chiedono sempre più competenze, a pari stipendi, da vent’anni ormai….E non è solo a Piacenza il problema». Quelle di Gazzola sono «parole sante», secondo Alessandro R. «Purtroppo finché il dipendente sarà sempre visto come un costo da abbattere e non come una risorsa che contribuisce all’azienda, non cambierà nulla». La titolare di un negozio di parrucchieri – proviamo ad immaginare l’obiettivo della sua invettiva – se la prende con alcune politiche di sostegno (il reddito di cittadinanza?): «Invece di premiare chi si sbatte dalla mattina alla sera, premiano chi non lavora con gli ammortizzatori». Flavio R. condivide le riflessioni dell’ingegner Gazzola («finalmente una persona che ha detto le cose come sono»), ma aggiunge: «a parte il discorso retributivo, bisogna specificare che molti imprenditori non dicono che figure cercano, ma semplicemente che non trovano lavoratori». UNA PIACENZA TRA NEPOTISMO E MENTALITA’ ARRETRATA? C’è anche chi lamenta nepotismo e raccomandazioni nella nostra realtà. «Piacenza – è la considerazione Massimo B. – è la città in cui le aziende assumono i parenti e i “figli di”, la meritocrazia è spesso assente. E un ingegnere della Ferrari non trova una azienda che lo voglia assumere, pagandolo il giusto». Tanto che Claudio B. ritiene la nostra città, dove è nato e cresciuto e «le vuole bene, con tutti i suoi valori», «vecchia, ferma, che non si muove da anni». Sembra essere dello stesso avviso Monica T.: «A Piacenza le retribuzioni sono tra le più basse e vanno avanti gli amici degli amici, è rimasta molto provinciale. Ovviamente la gente in gamba se ne va». Carlo M. ne fa una questione più italiana e non solamente locale: «Direi in tutta Italia, l’inflazione al 32% ha visto gli stipendi crescere dell’1%». «Non è la città con la mentalità imprenditoriale giusta – incalza anche Davide B. – per le retribuzioni allineate alle competenze. Al massimo ti danno qualche bonus oltre allo spettante dal contratto collettivo nazionale. Via da Piacenza, uno come l’ingegnere Gazzola in Svizzera viaggia a non meno di 10mila euro». Ele E., ad esempio, dà un consiglio all’ingegnere che ha stimolato il dibattito. «Ritengo che una professionalità come la sua sia sprecata in una realtà come Piacenza. Lasci perdere e cerchi di “coltivare il suo giardino” lontano da una realtà stantia come quella piacentina. Meglio fare fatica da soli e doversi “accontentare” piuttosto che ritrovarsi davanti gente che, magari, poi devi pure ringraziare per averti permesso di fare fotocopie. Stia lontano da qua, non ci perde nulla». E NEL SETTORE PUBBLICO… L’ingegner Gazzola ha un curriculum ed esperienze di alto profilo, ma il suo ragionamento vale anche le occupazioni meno qualificate. Da tempo su questo giornale denunciamo i problemi dell’azienda del trasporto pubblico Seta, alle prese con la mancanza di autisti sui bus urbani ed extraurbani, come ricorda Eugenio P: «nel trasporto pubblico non si trovano gli austisti, si chiede di lavorare anche alla domenica per 1300 euro, qualche domanda bisognerebbe farsela». Chi lavora nel pubblico forse sarà al sicuro dalle crisi economiche e dalle pandemie (non si tagliano posti di lavoro), ma gli stipendi rimangono sempre bassi, anzi, «ridicoli» (per Filippo R.) che cita l’impegno di forze dell’ordine, vigili del fuoco e sanitari. Anche Lino M. si mette a fare i conti. «Otto euro all’ora per 160 ore mensili portano ad uno stipendio di 1.280 euro, ma se il costo della vita aumenta in continuazione o aumentano anche le pensioni e gli stipendi oppure chi può cerca soluzioni migliori. Purtroppo se paghi 200 euro di gas, 200 di luce,600 di affitto, e anche se mangi poco, sei già senza soldi in Italia. Come autista di bus uno prende 1.450 euro netti: per questo motivo non si trovano lavoratori». LOMBARDIA E ALTRE REALTA’ EMILIANE STANNO MEGLIO? Mal comune mezzo gaudio? È una questione che riguarda un po’ tutta l’Italia e Piacenza non è un caso a sé? Sentiamo cosa ne pensano i nostri lettori. «L’80% degli italiani all’estero – scrive Gabriele D. – vorrebbe rientrare, ma se sono andati via c’è un motivo e sono i soldi». Dora B. vede meglio la situazione dei nostri “vicini”. «Basta fare tre passi e andare in Lombardia…lì sono pagati meglio sicuramente». Riccardo B. ritiene più rosea la situazione dei nostri corregionali (e anche gli ultimi dati a disposizione gli danno ragione). «Gli stipendi andrebbero allineati al livello delle altre città industrializzate dell’Emilia-Romagna». Poi c’è chi non vede grosse differenze. «L’ingegnere in questione – è il post di Roberto M. – non poteva aspettarsi di meglio, Piacenza è lo specchio dell’Italia». «Spesso vieni visto anche come il nemico dell’azienda (se osi a chiedere l’aumento…). Piacenza per il mercato del lavoro, è molto indietro, rispetto ad altre città», rincara la dose Anastasia B. Per Roberto S, invece, «le paghe sono basse, e si sa, non so se e quanto più di altre zone, ma è anche vero che non puoi pretendere da una media azienda di provincia lo stipendio della Ferrari». Giuseppe B., invece, racconta la sua esperienza: «lavoro fuori dal 2011, sono rientrato per problemi familiari nel 2018, ma mi pagavano la metà. Non posso permettermelo e sono ripartito. Comunque è un problema di tutta l’Italia. Esportiamo competenze e restiamo sempre più poveri». «ERAVAMO IL POLO DELLA MECCANICA, OGGI SIAMO LA CITTA’ DEI MULETTI…» Gli ultimi messaggi che riportiamo fotografano lo scivolamento della nostra provincia verso settori meno qualificati e qualificanti per i lavoratori. «A Piacenza – interviene Federico C. – si parla nella maggior parte di microimprese ed il puntare sulla logistica a tutto tondo impoverisce ulteriormente il tessuto creando un contrappeso salariale e competenze che inibiscono la crescita. Le remunerazioni a parità di mansione in vari casi, sono ben inferiori alla media regionale». «Gazzola – scrive Alessandro I. – vuole venire a fare l’ingegnere meccanico nella città della logistica? Quella logistica che negli anni ha disintegrato il mondo del lavoro dipendente? Non è più la Piacenza degli anni ‘70/’80, quando era un polo delle lavorazioni meccaniche di precisione. Oggi è la città dei muletti, purtroppo».
www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2023-12-30 06:00:00 da
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