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«La netta prevalenza degli intervistati raccontano Piacenza come una città tutto sommato sicura, pur segnalando aree e fenomeni critici». Una sintesi proposta dalla società Poleis di quanto emerso dalle interviste a 16 portatori d’interesse – istituzioni, forze dell’ordine, sindacati, associazioni di categoria e del terzo settore – sulla percezione della sicurezza in città, nella prima fase qualitativa dell’indagine sul tema commissionata dal Comune. Premessa presentata giovedì 26 settembre a palazzo Farnese, in concomitanza ai risultati della fase 2 dello studio che ha coinvolto 400 cittadini.
Nelle interviste approfondite ai 16 stakeholder – riporta la ricerca – «non sono stati raccolti particolari riferimenti a crimini violenti o a furti in abitazione, reati che ci vengono segnalati in calo dalle Autorità. Emergono però alcuni segnali di disagio sociale: lo spaccio di stupefacenti, spesso descritto come fenomeno storico e consolidato in città, denunciato dai più nelle sue forme più visibili (il piccolo spaccio in luoghi pubblici), ma in realtà organizzato e trasversale alle classi sociali – dicono osservatori privilegiati». A seguire la devianza giovanile: «pur non avendo, le forze dell’ordine, riscontrato la presenza di vere e proprie babygang, tanti intervistati segnalano situazioni devianza giovanile. Queste si manifestano attraverso vandalismi, molestie, piccolo spaccio, o comportamenti non necessariamente illegali ma di malcostume. Chi lavora quotidianamente con loro, avvisa che molti giovani «sono tornati a discriminare», sulla scorta di una certa «idea di prevalenza» che prevede anche una visione «di possesso» delle ragazze. A fare le spese di queste criticità sono, prima di tutto, altri ragazzi».
Sicurezza stradale – «In molte interviste – si sottolinea – ricorre il tema della sicurezza stradale, visto da molti come principale pericolo all’incolumità e segnalato da osservatori privilegiati quale primo fattore di rischio: «[…] incidenti stradali ma anche pedoni e ciclisti investiti: questi capitano molto più comunemente». Se, però, molti richiedono di «togliere spazi alle auto» per «restituirli alla comunità», una minoranza rivendica la possibilità di raggiungere più facilmente il Centro in auto, individuando nei parcheggi luoghi pericolosi».
Immigrazione e trasformazione sociale – «Rare le voci – riporta l’indagine – che collegano esplicitamente i problemi di insicurezza all’immigrazione, anzi osservatori privilegiati affermano, sulla base di dati, che «i cittadini piacentini stranieri sono onesti lavoratori». Il 19% di residenti di origine straniera (dato più alto tra i capoluoghi della regione), però, costituisce una sfida in termini di convivenza. Una forte incidenza collegata allo sviluppo del settore della logistica, che avrebbe attirato lavoratori poveri o con contratti precari, per cui è complesso l’accesso alla casa, se non in quartieri degradati, dunque con costi inferiori, andando ad innescare circoli viziosi che generano ulteriore marginalità sociale».
Cosa si chiede – «Dalle interviste – scrive Poleis – emerge la necessità di una risposta articolata e di lungo periodo ai fenomeni di insicurezza e disagio sociale, che esca da logiche emergenziali e non insegua la narrazione talvolta esagerata di social e media locali (“Si agisce sempre sull’emergenza. Esce l’articolo di giornale che ingigantisce la cosa e il Comune si adopera per cercare di risolvere la situazione”). Ognuno degli aspetti proposti di seguito risulta necessario ma non sufficiente. La presenza visibile e costante sul territorio delle forze dell’ordine e della polizia locale è percepita come rassicurante, ma trova consenso ancor più trasversale quando è improntata alla costruzione di relazioni quotidiane nei quartieri, per prevenire più che per reprimere (“un grosso sforzo sia del Questore che dei Carabinieri […]. Da quello che conosco, se c’è bisogno ci sono, anche con alcuni gesti di umanità che gli va riconosciuta”). Molto più divisivo il presidio dei militari presso la stazione: “Adesso c’è l’Esercito in stazione. Non so se a me dà sicurezza”».
I compiti dell’Ente Locale – Dalle risposte emerge che «videosorveglianza e illuminazione sono utili, ma non possono “diventare l’unico modello per fare sicurezza”. Alla dotazione infrastrutturale va affiancata la cura del territorio, perché “un ambiente degradato favorisce il malcostume”, e l’organizzazione di eventi pubblici “perché la microcriminalità ha più spazio quando non c’è gente”. Ottengono riscontri molto positivi le attività, specie del Terzo Settore, in ambito di Educativa di Strada, formazione e aggregazione giovanile».
La rete istituzionale e il mondo del Terzo Settore – «Dalle interviste – si conclude – emergono pareri contrastanti nella capacità dei diversi attori cittadini di fare rete. Promosse, specie dalle organizzazioni di rappresentanza, le occasioni di confronto con istituzioni e forze dell’ordine: “una collaborazione non solo formale ma anche sostanziale” che si è tradotta in protocolli condivisi, formazione e rapporti più diretti. Maggiori difficoltà nel mondo dell’associazionismo: «è una città che fatica a lavorare insieme»; “si esclude perché siamo in tanti, c’è concorrenza… d’altronde è anche lavoro”».
www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-09-28 07:00:00 da
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