Assolto dopo le accuse di stupro alla moglie di un mafioso


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Assolto con formula piena dalle gravissime accuse di violenza sessuale e maltrattamenti aggravati perché «il fatto non sussiste».

È la sentenza pronunciata giovedì 6 dicembre dal giudice Alessandro Rago, a latere Isabella Farini e Federico Baita, nei confronti di un 50enne di origine siciliana residente in Valtidone. A far partire l’inchiesta contro di lui era stata la sua convivente, anch’essa siciliana, che aveva lasciato Catania dove era spostata con un 54enne, all’epoca dei fatti in carcere al 41 bis.

Le dichiarazioni della donna non sono state ritenute credibili e per lei, sia il pubblico ministero Daniela Di Girolamo sia l’avvocato difensore, Romina Cattivelli, hanno chiesto la trasmissione degli atti alla Procura con l’ipotesi di falsa testimonianza.

La vicenda prende le mosse nell’ottobre del 2021, quando la donna va dai carabinieri e racconta di aver subito maltrattamenti e violenza sessuale dal convivente. La donna aveva conosciuto il nuovo compagno sui social e lo aveva raggiunto a marzo 2021 – senza avvisare i familiari – avviando la convivenza, mentre suo marito stava scontando una condanna al 41 bis a Vibo Valentia per vari reati, tra cui l’associazione mafiosa, legati alla sua appartenenza al clan dei Cursoti.

La donna, dopo un po’, riceve una chiamata da una figlia che le dice che il padre ha incaricato il figlio di controllare i tabulati del telefono per rintracciarla. Lei è spaventata e va dai carabinieri dove presenta un esposto contro il marito. Passa un po’ di tempo e la donna riceve una chiamata da un’altra figlia che le invia un messaggio whatsapp del marito. Il tenore è questo: “Dopo 33 anni di matrimonio hai disonorato me e tutta la famiglia, ti auguro ogni bene”. A questo punto la 50enne è presa dal terrore perché sa che quel messaggio significa una cosa sola: il disonore si lava con il sangue. Presenta un altro esposto ai carabinieri perché si sente minacciata in modo grave. Poi riceve un altro messaggio dal marito: “Sono disposto a fare altri 30 anni di carcere, ma ti verrò a cercare”.

La situazione precipita, per la donna, nel marzo 2022 quando il marito esce dal carcere. Una delle figlie la contatta di nuovo chiedendo di vedersi. La donna dice di incontrarsi a Bologna, ma la figlia dice che la raggiungerà perché sa dove abita.

La 50enne avrebbe così cominciato a cercare pretesti per litigare con il nuovo compagno e allontanarsi da lui, fino a quando si reca dai carabinieri e racconta di maltrattamenti e abusi sessuali, facendo scattare l’inchiesta della Procura. I militari – e in seguito anche un’amica – la invitano ad andare in ospedale per farsi visitare, ma lei si rifiuta.

La donna, ormai impaurita dalle conseguenze che potrebbe avere il suo gesto, cerca una via di uscita, contatta il marito che le invia dei soldi per il viaggio fino a Catania. In aula ha sostenuto che gli esposti verso il marito erano per le minacce ricevute, ma che era stata obbligata a farli dal compagno.

Raggiunta la città etnea, la donna non risponde più al telefono. La sua amica la chiama, ma al cellulare risponde una delle figlie: “mamma sta bene, non chiamare più”.

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www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-12-07 07:00:00 da


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