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In Italia sono circa 12 milioni le persone che soffrono di disturbi del sonno. Di queste, si stima che circa una su quattro sia affetta da insonnia cronica o transitoria, con una prevalenza del sesso femminile (la percentuale è pari al 60% del totale).
Dati, quelli nazionali, confermati anche da Graziella Madeo, neurologa con incarico di direttrice sanitaria presso il centro clinico polispecialistico Brain&Care di Rimini, oltre che consulente neurologa presso il centro medico Athena. Come evidenziato dalla specialista, i disturbi del sonno hanno conosciuto un significativo incremento nel periodo post-pandemico.
“A causa del Covid sono aumentate sia le forme primarie che secondarie di queste patologie – spiega a Today -. Come curarle? Rivolgendosi a degli esperti, innanzitutto, e poi cercando di adottare una corretta routine del sonno. Se non presi in carico, i disturbi del sonno possono arrivare a impattare in modo significativo sulla qualità della vita”.

Madeo, una premessa doverosa: cosa si intende per disturbi del sonno?
“Quando parliamo di disturbi del sonno, in realtà, ci riferiamo a diversi tipi di problematiche. Da un lato c’è l’insonnia, che può manifestarsi sotto molteplici forme: difficoltà ad addormentarsi, frequenti risvegli notturni, difficoltà a riprendere sonno dopo un risveglio. Oltre a questi fenomeni, legati a un’insufficiente qualità o quantità di sonno, ci sono poi problemi come le ipersonnie. Un aumento della sonnolenza, cioè, che può avere manifestazioni come la narcolessia”.
Di che percentuali parliamo?
“Le forme legate all’insonnia sono le più diagnosticate, e anche le più impattanti in termini di qualità della vita. In generale, una persona su quattro dichiara di soffrirne. A livello di percentuali, l’insonnia iniziale, così come i risvegli notturni, riguardano un 30-40% di casi. Chi soffre di un sonno non ristoratore, invece, è la stragrande maggioranza dei pazienti. Bisogna però operare una distinzione a livello clinico. Ci sono, infatti, forme primarie di insonnia, legate a problematiche del nostro ritmo circadiano, e forme secondarie; quelle, cioè, che si scatenano in comorbidità con altri disturbi, come depressione, ansia, o malattie neurodegenerative come il Parkinson”.
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È vero che il Covid ha contribuito alla diffusione del fenomeno?
“Sì, è vero. La pandemia ha portato con sé un cambiamento di scenario. I disturbi, ora, sono molto più riscontrati negli adolescenti, in un range dei giovani adulti (20-30 anni), e ovviamente negli anziani. Alla base c’è sempre una multifattorialità. Da un lato, fattori biologici predisponenti, come variazioni ormonali e neurobiologiche che riguardano neurotrasmettitori come adenosina e serotonina, importanti per la regolazione del ritmo sonno-veglia. Dall’altro, fattori psicosociali: condizioni di stress, ansia, cattiva igiene del sonno, ma anche consumo di alcol o caffeina”.
Quanto incide l’esposizione agli schermi blu sulla regolazione del sonno?
“Moltissimo. Basti pensare che il cervello, nel momento in cui la luce del sole cala, inizia a produrre naturalmente la melatonina. Però, se io trascorro la maggior parte del tempo davanti a un tablet o alla tv, esponendomi alla luce blu, sto trasmettendo al mio cervello che è ancora giorno. Questo, ovviamente, ha un impatto sul sonno, perché non consente a un meccanismo di cui la natura ci ha dotati di agire. È anche per questo che i disturbi del sonno sono aumentati persino tra i piccolissimi. Oltre all’assenza di una routine, è esponenzialmente cresciuta la loro esposizione ai device”.
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Quanto è importante il sonno nella vita? E come si curano questi disturbi?
“Dormire bene è di vitale importanza. Durante il sonno avvengono diversi fenomeni che ripuliscono il nostro cervello da informazioni non necessarie che abbiamo accumulato durante il giorno. C’è un’attività di detossificazione. Gli studi, difatti, dimostrano che una deprivazione di sonno cronica predispone a malattie neurodegenerative e cardiovascolari. Quanto alle terapie, è importante che ci sia, innanzitutto, una valutazione diagnostica che certifichi la gravità del disturbo e l’eventualità di comorbidità. Si può intervenire, poi, con vari strumenti. L’approccio cognitivo-comportamentale è una delle terapie più efficaci: insegna delle strategie e lavora con le abitudini della persona. Poi c’è l’approccio farmacologico, infine ci sono tecnologie di stimolazione cerebrale non invasiva, le quali, rispetto ai farmaci, hanno il vantaggio di non avere effetti collaterali”.
Quali sono, nel nostro piccolo, le abitudini che dovremmo adottare per favorire il ritmo sonno-veglia?
“Non esporsi agli schermi blu, possibilmente già da un’ora prima rispetto al momento in cui ci corichiamo. Occorre evitare, inoltre, l’assunzione di sostanze eccitanti come la caffeina o l’alcol, e prestare attenzione all’attività fisica. Se pratichiamo discipline come yoga o pilates, queste possono contribuire all’addormentamento, ma se parliamo di un’attività fisica aerobica o particolarmente intensa, essa attiva una risposta adrenergica che ci mantiene attivi; andrebbe, pertanto, evitata nel tardo pomeriggio. Infine, impostare una routine del sonno è fondamentale: andare a dormire sempre alla stessa ora, svegliarsi alla stessa ora. Cercare, per quanto possibile, di essere regolari”.
www.riminitoday.it è stato pubblicato il 2025-01-19 08:01:00 da

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