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SAN CASCIANO – Adesso c’è il sigillo della Corte di Cassazione. I vertici di ChiantiBanca alla guida dell’istituto di credito di San Casciano Val di Pesa nel biennio 2015-2016, sono stati condannati in via definitiva. La Suprema Corte, in sostanza, ha confermato le condanne stabilite dalla Corte d’appello nel novembre 2023.
Condanne definitive per l’ex vice presidente vicario Stefano Mecocci, attuale presidente del consiglio d’amministrazione di ChiantiMutua (18 mesi), l’ex direttore generale Andrea Bianchi (un anno e otto mesi), dell’allora presidente del collegio sindacale Enzo Barbucci (18 mesi) e dell’ex presidente Claudio Corsi (un anno e cinque mesi).
Condanne confermate anche per gli ex membri del consiglio d’amministrazione e del collegio dei revisori in carica in quel biennio: Niccolò Calamai, Luigi Ferri, Andrea Casini, Aldemaro Becattini. Claudio Tongiani, Mario Fusi, Vasco Galgani, Fabrizio Fusi, Leonardo Viciani, Marco Galletti, Carla Lombardi.
Prescritto, invece, il reato di ostacolo alla vigilanza di Bankitalia, per il quale erano stati condannati fin dal primo grado di giudizio Mecocci, Bianchi, Corsi e Barbucci.
La vicenda
Nel processo primo grado, celebrato nel maggio del 2021, Bianchi, Mecocci, Barbucci e Corsi vennero condannati per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia, con l’assoluzione di tutti gli altri imputati e nessuna condanna per falso in bilancio, la sentenza venne però impugnata dai magistrati che avevano condotto l’inchiesta, ovvero Luca Turco e Giuseppe Ledda.
Bianchi, Mecocci, Barbucci e Corsi furono assolti, invece, dall’accusa di falso in bilancio. Condannati in solido al risarcimento del danno verso Bankitalia, col pagamento di una provvisionale di 6.000 euro. La procura di Firenze aveva chiesto condanne da 2 a 3 anni di reclusione per tutti e 15 gli imputati.
Tra le presunte irregolarità che sarebbero state accertate dalle indagini, coordinate dai pm Luca Turco e Giuseppe Ledda, la modalità di classificazione del Btp 2046, un prodotto in primis acquistato per un valore nominale di 100 milioni di euro tra il 30 marzo e l’1 aprile 2015 come attività finanziaria di categoria Afs (Available for sale, disponibile per la vendita) ma poi invece riclassificato in via retroattiva, attraverso una modifica postuma dei verbali, come attività finanziaria di categoria Htm (Held to maturity, detenibile fino a scadenza) ed avente un valore di 126.436.000 euro. In questo modo, secondo i pm, con una modifica che non era lecito fare su un atto della banca, i vertici della Bcc avrebbero ingannato le migliaia di soci della cooperativa bancaria e la clientela sulle effettive condizioni patrimoniali dell’istituto.
Sempre secondo la procura gli indagati avrebbero omesso di dedurre dal patrimonio un negativo di circa 22,6 milioni di euro derivante dalle perdite subite dal Btp 2046. Contestata anche la contabilizzazione di mezzi propri superiori a quelli reali (228 milioni di euro, anziché 210 milioni). Altra condotta illecita sarebbe stata tenuta verso la Banca d’Italia, organo di vigilanza a cui sarebbero state inviate comunicazioni non veritiere mettendo così ostacolo alla sua funzione.
Nel novembre 2023, la Corte di appello, in secondo grado di giudizio, aveva accolto il ricorso del procuratore aggiunto Luca Turco e del pm Giuseppe Ledda e condannato con l’accusa di falso in bilancio i vertici in carica nel periodo 2015- 2016, allargandola anche gli ex componenti del consiglio di amministrazione e del collegio dei revisori della banca di credito cooperativo.
Quindi pene più pesanti per coloro che furono condannati quattro anni fa, e nuove condanne per coloro che in primo grado furono assolti.
Adesso la Corte di cassazione ha messo fine alla vicenda che non ha mai riguardato gli attuali vertici della banca.
www.reportpistoia.com è stato pubblicato il 2025-02-20 14:39:39 da Redazione

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