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Diciotto comuni sciolti in 18 mesi. Uno ogni 30 giorni. Sempre per mafia. E’ un dato impressionante, quello che emerge dal nuovo report di Avviso Pubblico. L’associazione, che da anni studia i fenomeni criminali, questa volta ha analizzato ciò che è accaduto nelle pubbliche amministrazioni italiane dal 1 gennaio 2022 al 30 settembre 2023. E il risultato è stato stigmatizzato nel dossier “La linea della palma”. Il termine, preso a prestito dalle frasi di Leonardo Sciascia sull’espansione mafiosa al di fuori dai territori di origine, ha un significato ben preciso: spiega infatti che negli ultimi 20 anni in Italia sono stati sciolti i comuni di 11 regioni diverse, dalla Sicilia alla Valle D’Aosta.
Nel testo che verrà presentato oggi a Bertinoro, nel Centro di residenza universitaria e con il patrocinio di entrambe le Camere e del comune che ospita l’incontro, viene ricordato che negli ultimi 540 giorni sono stati sciolti 6 comuni in Calabria, 4 in Campania, 3 in Sicilia e in Puglia e 2 nel Lazio.
I clan si avvicinano ai possibili amministratori già nelle fasi elettorali, costruendo un rapporto solido, partendo dalle basi. Offrono voti e appoggio. Minacciano concorrenti e intimidiscono chi da fastidio. Poi passano all’incasso quando i loro pupilli indossano la fascia tricolore. Bramano potere e appalti. Investono su ambiente e territorio. Vogliono via libera sull’edilizia privata e sui lavori pubblici, “dove le mafie detengono un know-how di lungo corso”, scrive Avviso Pubblico. E ancora: “attività economiche del territorio, alle società partecipate, al patrimonio degli enti, e poi ancora alle risorse umane, al settore dei rifiuti e a quello elettorale, con un alto grado di condizionamento che porta al cosiddetto fenomeno dello scambio elettorale”. Poi interviene la magistratura. Quindi gli arresti e i comuni. Le mafie si ritirano e lasciando cumuli di debiti e bilanci pubblici devastati.
Sono i comuni più piccoli ad essere più esposti. “Il 72% dei Comuni sciolti per mafia dal 1991 ha una cittadinanza residente inferiore ai 20mila abitanti, il 52% inferiore ai 10mila abitanti. Solo l’8.5% aveva una cittadinanza residente superiore ai 50mila abitanti al momento dello scioglimento. Il trend si conferma anche al Centro-Nord, dove l’83% della presenza mafiosa è nei comuni con meno di 50mila abitanti”, continua il report.
“Si sciolgono Comuni soprattutto nel Mezzogiorno, tra cui due capoluoghi – Reggio Calabria e Foggia – ma dalla metà degli anni Novanta la “linea della palma” di cui parlava Sciascia, è giunta a coprire l’intera penisola, arrivando anche al Nord. Nessuna regione può più dirsi affrancata dagli interessi delle organizzazioni criminali. L’azione repressiva è fondamentale, ma non basta” spiega il Presidente di Avviso Pubblico, Roberto Montà.
Il controllo territoriale più agevole, i presidi delle forze di polizia ridotti, la lontananza dall’attenzione mediatica e la possibilità di infiltrarsi nell’economia e nell’amministrazione locale rendono più appetibili queste realtà meno esposte all’opinione pubblica e al controllo dello Stato.
La Calabria, dal 2013, “ha subito una media di sei scioglimenti l’anno (66 complessivi nel periodo)”.
Ci sono comuni recidivi: 56 sciolti più di una volta, 19 in 3 diverse occasioni e 1 che, con le quattro giunte andate a casa o in carcere, ormai è entrato in un loop.
Ci sono quattro amministrazioni a maggioranza di centro-destra e una di centro-sinistra, ma per la maggior parte dei casi, il 72%, il fenomeno riguarda liste civiche.
“L’esauriente ed interessante dossier presentato da Avviso Pubblico fotografa una situazione inquietante, che denota la insostituibilità del vigente strumento di contrasto alle infiltrazioni mafiose, ma anche la necessità di una organica riforma della materia – dichiara l’ex Presidente del Senato, Pietro Grasso, Presidente della fondazione Scintille di futuro – Sarebbe importante che il cittadino percepisse che quando arriva lo Stato le cose cambiano e in maniera duratura.
Sciogliere un Comune non può essere considerato un atto di autorità dello Stato che incide gravemente sul rapporto tra gli elettori e i rappresentanti eletti democraticamente, ma significa difendere la collettività dalle infiltrazioni mafiose, laddove c’è un vero e proprio problema di sospensione della democrazia. Da un punto di vista operativo, ai commissari vanno riconosciuti maggiori poteri d’intervento sulla burocrazia e maggiori risorse, umane, professionali e finanziarie per poter realizzare il ritorno alla legalità, magari anche dopo lo scioglimento con un’opera di “affiancamento” che accompagni l’ente locale in un definitivo percorso di risanamento, rendendolo impenetrabile di fronte alle pressioni dei criminali, al voto di scambio, alle scorciatoie amministrative, alla corruzione”.
Trasparenza, maggiore informazione, comunicazioni con la cittadinanza, nuclei di specialisti.
Le soluzioni sono diverse. Avviso pubblico le ha presentate il 4 dicembre 2019 in Parlamento. Ma vanno applicate al più presto.
“Il prossimo anno andranno al voto il 46% dei Comuni italiani. In vista di questo importante e delicato appuntamento, il nostro compito di amministratori, quello dei cittadini e soprattutto quello della politica a tutti i livelli, è quello di alzare le antenne e mettere in campo azioni concrete per prevenire e contrastare quei rapporti torbidi che finora hanno condizionato molte amministrazioni. Se non può esistere una mafia senza rapporti con la politica, può e deve esistere una politica senza alcun rapporto né con la mafia né con i sistemi corruttivi”.
roma.repubblica.it è stato pubblicato il 2023-11-17 13:10:16 da [email protected] (Redazione Repubblica.it)

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