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Mettere gli occhi sul fondo delle missive che a centinaia si conservano, preziose e polverose, nell’Archivio di Stato di Milano, è come scavare in un pozzo senza fondo. C’è veramente tantissimo materiale e, spulciandolo con pazienza, affiorano anche tutte quelle “missive” dirette dal duca Francesco Sforza alla città di Piacenza, sottomessa al dominio milanese.
Stiamo parlando in questo caso però di ordini o richieste, che riguardano i primi decenni del 1400. Sono veramente indicative di quel tempo, con i modi e le regole di governo di Piacenza. Anche il modo di scrivere “in volgare” (in italiano) è ancora molto da perfezionarsi, e leggendo si capirà benissimo, infatti siamo ancora in un tempo nel quale il latino (scritto perfettamente) era ancora “la lingua” dei documenti solenni.
E così da Lodi il 12 febbraio del 1451 Francesco Sforza ordina al Referendario ed al Tesoriere di Piacenza di “fare qualche subventione et adiuto alli homini dela villa de San Nazaro” di mandar aiuti agli uomini del paese di San Nazaro (d’Ongina) perchè in quel momento erano “in grandissima necessità et povertate”. Il duca ordina che da Piacenza siano subito mandati “cinquanta sachi de frumento” affinché “se possino aiutarsi con questo” e poi quando potranno li renderanno o pagheranno ma questo aiuto sia fatto assolutamente.
Il duca milanese, come si capisce, verso la ricca Piacenza governa con il “dare e prendere” ma tutto sommato, in modo equo. Infatti, sempre nel gennaio di quell’anno, aveva preteso aiuti economici per Milano perché “anchora ad uno bisogno havimo de presente” e allora richiede che tutti i proventi delle tasse che i piacentini han pagato l’anno prima, gli siano inviati. Quel gruzzolo era già destinato alla costruzione delle mura difensive di Piacenza, città sul Po che andava protetta, ora però vuole “i denari riscossi dai dacii de l’anno passato” e precisa che son quei denari “deputati alla fabrica del muro de quella nostra cità”.
Appena possibile li renderà e si potranno innalzare le mura difensive “quando sarà tempo da murare” su suo ordine perché “non siande adesso aptitudine da murare” cioè “adesso non è tempo di far mura” più chiaro di così!
Nel febbraio del 1451 scrive da Milano ed ordina che si faccia sapere a lui dei soldati che arrivano a Piacenza “che capitano lì da più lochi senza buletino” (senza ordini scritti) e vuole i nomi, inoltre “l’officiale del porto” sul Po davanti a Piacenza (a Porta Borghetto che è detto Porto alla Romea) non deve far passare “veruno” (nessuno) senza permesso scritto.
Tutto questo materiale cartaceo viaggia ovviamente per mezzo di messi a cavallo, tutto un avanti indietro tra Milano e i reggitori di Piacenza, un bel daffare a ben pensarci, al galoppo con precipitazioni, neve, nebbie o sole a picco.
In una missiva ordina che il “Capitano del Divieto” del distretto di Piacenza renda subito “al portinaro del porto della Sumalia” (il porto sul Po a Somaglia davanti all’area fluviale di Calendasco e ancor oggi attivo) i suoi sacchi di “fave et la cavalla” che stava portando al molino: va tutto reso perchè il portonario (gestore del porto) non aveva intenzione di “commettere frodazione”, tutto era in regola e “gli restituischi le sue fave et la cavalla” senza esitare.
Nel 1453 il duca chiede al referendario di Piacenza che lo informi subito quando il suo “famiglio Antonio da Verona” avrà “el passo et porto de la Trebia”, (famiglio diventava chi aveva meriti presso il duca e quindi veniva in qualche modo “associato” con privilegi). Al suo protetto era stato concesso l’appalto con relativi guadagni del passaggio sul fiume Trebbia a Case di Rocco, probabilmente un modo per ringraziarlo e ripagarlo di certi servigi militari.
Anche al suo famiglio “Ruggiero da Romano deputato ala guardia del ponte de Po” vuole che gli sia dato il dovuto, e avvisa che “non ne sentiamo lamenta”: il referendario “de quella nostra comunità da Piasenza” lo paghi senza fiatare.
Nel 1451 ordina al “Potestati Florenzola” (Fiorenzuola d’Arda) di far “una chrida et bando” perché chi è uscito dal territorio senza permesso torni entro dieci giorni. Tutti quei fuoriusciti ovviamente erano uomini utili al lavoro ed alla difesa nell’occorrenza, per questo “qualunque homo de quella nostra terra de Fiorenzuola” uscito “dal dominio” devono tornare.
Concede appunto dieci giorni dopo di che “si intenderà essere ribellione” e quindi tutti i loro beni posti nella cittadina e nel territorio “saranno confischati alla Camera nostra” (dalla Camera ducale e così divengono beni statali).
Un piccolo esempio di dominio milanese sulla città e suoi luoghi piacentini dove in fin dei conti non ritroviamo soprusi eclatanti, ma anzi intesa e buon senso nel limite del possibile, tasselli di storia che ancora ci parlano.
www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-01-28 06:00:00 da
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