Il regalo di Natale di Severino Ferrari “agli amici di Spezia”


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Oggi è la Vigilia. Dovrei dire di qualche Natale passato, parlo invece un avvenimento triste: non per immalinconire ma, anche se può parere paradossale, per suscitare (spero) una riflessione di serenità e di calore umano. La nostra città ha avuto anche qualche importante concittadino onorario. Uno fu Severino Ferrari che da una frazione di un comune della Provincia di Bologna, venne qui ad insegnare al Liceo Classico diventandone anche Preside. Venne alla Spezia e se ne infatuò per i suoi scorsi e le sue prospettive. Un amore contraccambiato ché in chi lo conobbe, il suo ricordo non sbiadì mai. Qui conobbe Ida che in un attimo sposò anche se proprio quel giorno un telegramma lo spedì a insegnare a Reggio Calabria.

Gli amori, lo dice la canzone, sono tali se reggono alla lontananza. Lui non scordò mai la Spezia né il Golfo dimenticò il poeta gentile che l’aveva cantato con versi dolci e intimi. Era il 1905 quando morì oggi Severino, forse non eccelso poeta ma grande filologo che Carducci volle con sé per editare il Canzoniere di Petrarca. Morì non ancora cinquantenne, portato alla tomba da una grave malattia mentale. Qua lo piansero in tanti perché nessuno aveva mai dimenticato il suo animo gentile. Lui ogni tanto mandava in regalo agli amici di qua qualche sua rima e prima che nelle raccolte dei libri le ritroviamo nelle pagine dei giornali spezzini.

Una compare sul La Spezia di Gamin e compagnia bella, del 24 dicembre 1891, per il Natale, un regalo di Natale fatto da Ferrari a chi sul Golfo continuava a volergli bene. Roba di 132 anni fa ma sempre vivida e fresca, fragrante come un pane appena sfornato. È una canzone di sette stanze, ciascuna una quartina di endecasillabi a rima alternata. A me appare molto bella: non perché lì dentro ci si ritrovi un messaggio esistenziale o un rovello che toglie il sonno, ma perché si sente il sentimento di un affetto che la distanza non attutisce e che rimbomba alto fin dal titolo: Agli amici di Spezia. L’esame stilistico del testo oggi non m’interessa. Magari un’altra volta. Mi interessa solo sottolineare poche cose.

Il suo sapere il vocabolario della Sprugola: il fazzoletto delle donne dai colori sgargiati, il mandiletto che non a caso è scritto in corsivo. La conoscenza della storia della città: modesto borgo di pescatori divenuto possente centro industriale che si erge contro il nemico di sempre. Severino non era per la Triplice Alleanza. Infine, l’avversione per Genova matrigna: se un bolognese prova questo astio, vuol dire che s’è immedesimato in uno spirito. Ricordiamolo Severino sfortunato mentre brindiamo con il panettone!

 

Agli amici di Spezia

Amici, tanta forza ha in me il richiamo // vostro al bel lito ch’al mar lento fiede // che il cuor, brillando, svolgesi dal ramo // fumo stillante ed ilare a voi riede.
Sopra il gran golfo Spezia fluente // suade ancòra l’opre e le canzoni // ferve a le navi l’opra stridente // guardano il mar le donne da i balconi.

Fu picciol borgo; e dove ora giganti // palazzi aderge in lucidi colori // tendean le reti di mare stillanti // con gesti gravi un giorno i pescatori.
Varato il gozzo a gran forza di braccia // moveva alla Sardegna di rimpetto. // Spose su ’l lito, pallide la faccia, // agitavano il pinto mandiletto.

Genova, l’alta, a spregio la minore // sorelle tenne, anco ne l’umbra ascosa; // ed essa crebbe di marin valore // nutrita, paziente faticosa.
Ed or che l’Italia madre, de la costa ponente // la fe’ Pallade guardiana // col braccio ai bronzi onde la sottoposta // marin veglia da la Castellana.

Spingendo in mare scafi ardui – turriti // spaldi d’acciaio – par che a’ minaccianti // collegati al nemico
eterno additi // le sue risposte e loro gridi : – Avanti!

In La Spezia; Anno II, N. 89; 24-25 dicembre 1891; pag. 2

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