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BARI – «Il Bari non può finire in serie C: ora deve nascere un patto di ferro per la salvezza». Il cuore di Carlo Regalia resta biancorosso. E non può essere altrimenti per l’ex dirigente di Gallarate che nei Galletti ha trascorso una vita distribuita in tre differenti periodi: allenatore dal 1972 al ‘74, direttore sportivo dal 1977 all’83, infine direttore generale dal 1993 al 2003. Le sue «invenzioni» sul mercato (dai tanti giovani cresciuti nel settore giovanile come Bigica, Amoruso, Ventola e Cassano, ai campioni del mondo 2006 Zambrotta e Perrotta, fino ai talenti approdati alle big italiane o alla scoperta di stranieri quali Masinga, Ingesson, Kennet e Daniel Andersson) hanno rappresentato il periodo più florido dell’epopea targata Matarrese. «Non mi perdo una partita del Bari», la premessa di Regalia. «E devo ammettere che in questo frangente sia una grande sofferenza. Tuttavia, nulla è compromesso: bisogna evitare a tutti i costi un “dramma”. La parola sarà anche esagerata, ma rende l’idea».
Qual è la sua opinione sull’involuzione della squadra?
«In realtà, è un complesso che non è mai decollato e non ha davvero trovato una sua identità, complici i due ribaltoni in panchina. Arrivati a questo punto del campionato, gran parte delle formazioni, eccetto quelle che ancora cambiano allenatore, hanno un loro assetto definito ed un’organizzazione forse in questo frangente superiore a quella pugliese. Ma è pur vero che il valore della rosa non è certo da zona playout. Qualche episodio nemmeno sta girando per il verso giusto: l’autogol che ha indirizzato il match con la Cremonese ne è una limpida dimostrazione. Recriminare, però, non serve. Restano sei gare a disposizione e le occasioni di raccogliere i punti per tenersi stretta la B non mancano».
Secondo la sua esperienza che cosa servirebbe in un frangente così delicato?
«Il Bari conta su una proprietà esperta e su dirigenti capaci: a livello organizzativo e di decisioni sapranno senz’altro come muoversi. Tuttavia, ora non occorre inventarsi granchè. Imprescindibile è la compattezza, l’unità di intenti, lo spirito che ti fa mettere qualcosa in più. Servirebbe un patto di ferro tra tutte le componenti: un proposito che nasce tra le quattro mura della società, mirato a dare tutto pur di salvare il futuro di un intero progetto. Può promuoverlo un direttore sanguigno come Polito, un tecnico di polso come Iachini oppure lo zoccolo duro della squadra che, a partire da capitan Di Cesare, certo non manca di gente esperta e legata alla maglia. Serve, però, un segnale di tal genere. Nel mio percorso barese, momenti di questo tipo si sono rivelati più decisivi di tanti altri accorgimenti. L’indimenticabile Ingesson, ad esempio, richiamò tutti alle proprie responsabilità e nacque la magnifica rimonta che nel 1997 ci portò in serie A. Ma anche nel massimo campionato più volte sono capitate situazioni risolte dal piglio di gente come Franco Mancini o Garzya che rappresentavano un po’ l’anima dello spogliatoio. Ecco, mi aspetto che qualcuno ora prenda l’iniziativa: i valori tecnici per salvarsi non mancano».
Dall’alto della sua esperienza chiama alla compattezza perché vede segnali di spaccature?
«Non dico questo. In una piazza come Bari non ci si può permettere atteggiamenti sbagliati. Però, vedo una squadra poco serena, attanagliata dalla paura del risultato, talvolta troppo nervosa. Forse il peso delle responsabilità si avverte eccessivamente: ecco perché occorre trovare il modo di alleggerire la tensione e giocare con ferocia e concentrazione».
Iachini ha raccolto appena due punti in sette gare: qual è la sua spiegazione?
«Nel reparto offensivo si è spesso trovato a corto di soluzioni e se non si segna è complicato far punti. Il ritorno di Diaw in tal senso può essere di grande aiuto: rientrerà anche Nasti dalla squalifica, così come Puscas è un valore che dovrà dare il suo contributo. Iachini è un combattente, è coraggioso, non posso pensare che non abbia il controllo del gruppo. Forse potrebbe giovargli scegliere una strada ben definita e seguirla fino in fondo. È giusto prevedere accorgimenti, ma ora occorrono certezze: non deve guardare in faccia a nessuno e puntare su chi gli offre le maggiori garanzie non soltanto sul piano tecnico-tattico, ma anche umano».
Ha parlato prima di “dramma” da evitare: che cosa comporterebbe un “crollo”?
«Sul piano finanziario sarebbe un disastro perché si ridurrebbe pressochè a zero il valore del club, in ogni suo asset, in particolare su quello dei calciatori. La città si allontanerebbe in modo drastico e poi la C è un inferno: puoi investire cifre enormi e non vincere per anni».
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www.lagazzettadelmezzogiorno.it è stato pubblicato il 2024-04-08 13:06:46 da
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