«Non posso più umiliarmi. Sono già in enorme difficoltà»


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«Un’associazione criminale dedita alla commissione di reati contro il patrimonio realizzati attraverso un collaudato e ricorrente meccanismo di ingaggio delle vittime» individuate in persone caritatevoli per il ruolo che ricoprivano. Si trattava di trovare quindi anziani sacerdoti, agganciarli paventando sofferenze e guai economici per poi perseguitarli con decine e decine di telefonate. Un’attività criminale che avrebbe fruttato più di un milione di euro in diversi anni, secondo la procura che ha chiesto e ottenuto il sequestro preventivo di beni e conti correnti riconducibili agli arrestati per un valore di 1 milione e duecentomila euro.  

Questo il quadro descritto dall’accusa quindi e che vede cinque persone in manette e quattro vittime: tre parroci e una parrocchiana, solo quest’ultima derubata di più di 200mila euro. Nel mirino dal 2012, fu riavvicinata anni dopo dal Berisa Sevjika che le spiegava della morte della madre e dei fratelli per lo scoppio di una bombola di gas e le raccontava di avere dei gravi problemi di salute, ovviamente inventati (trapianto di fegato, pacemaker etc). In forza di ciò avrebbe convinto la donna a farsi consegnare migliaia di euro. Stesso schema per gli altri due sacerdoti truffati e derubati nel Lodigiano e nel Varesotto, per una cifra totale che supererebbe i 500mila euro.

Nell’ordinanza si parla di «radicamento delle scelte criminali compiute che emerge anche dalla modalità con cui le persone offese sono state attirate nella rete truffaldina: nella maggioranza dei casi queste erano già state individuate anni prima, addirittura qundo i due fratelli erano minorenni per poi essere nuovamente raggiunti dagli stessi, ormai adulti. Tale particolare modalità sottende una scelta criminale non solo precisa e ponderata ma profondamente radicata in ciascuno degli agenti». E ancora: «E’ certo in ogni caso che tutti gli indagati risultano aver agito quali associati avendo preso parte, sia pure con ruoli diversi al progetto criminoso».

La consorteria criminale sarebbe stata composta dalla madre che – secondo i carabinieri – spesso agganciava i morti, dai due figli di cui uno considerato appunto il vertice del gruppo, la compagna di uno dei due e un italiano che si sarebbe finto avvocato in più occasioni e che si occupava di «intervenire in presenza di momenti di criticità nell’attività dell’associazione quando i morti iniziano a sollevare dubbi o perplessità nel rassicurare i morti e offrire così un riscontro in merito all’asserita veridicità delle rappresentazioni di Sevkija Berisa», si legge nelle carte.

Nel caso piacentino il sacerdote – secondo gli inquirenti – è stato in balìa degli arrestati, specialmente del Sevkija Berisa dal 2020 al 2023: descritto come «protagonista assoluto delle plurime, insistenti richieste di denaro e ideatore di numerosissimi e fantasiosi pretesti per chiedere denaro. E’ costui ad interloquire e a mantenere i contatti con i morti, adducendo scuse sempre più gravi».

Nonostante nel 2022, avendo compreso la Diocesi che qualcosa non andava, gli fosse stato inibito l’accesso ai conti (di fatto ormai prosciugati), il religioso ha continuato ad essere tartassato da continue richieste di denaro. Una morsa che lo ha costretto nei mesi successivi a chiedere a decine di parrocchiani qualche centinaio di euro e a un altro sacerdote il quale in un caso, rifiutandosi di consegnare 500 euro al presunto truffatore, si era annotato la targa dell’auto.

Di lì poi avevano avuto origine le indagini dei carabinieri  e della procura che misero sotto controllo il telefono del prete. Ciò che emerse, anche dall’esposto fatto dalla Diocesi, fu gravissimo e disvelò la maxi truffa nel caso specifico da più di 200mila euro. Come spiegato, il don, irretito, confuso e tenuto in scacco dal giovane – sostiene l’accusa – dopo parecchi bonifici molto consistenti, si è trovato a elemosinare aiuti ai vari parrocchiani. «Non posso più andarmi ad umiliare da migliaia di gente»; «Sono già in difficoltà enorme», spiegava al telefono con il giovane che di volta in volta gli raccontava di trovarsi nei guai per molteplici situazioni: la madre malata, documenti per il soggiorno in Italia, conti bloccati, avvocati da pagare, il tutto risolvibile con pagamenti in denaro che però non erano mai sufficienti. Di fatto gli prospettava continuamente gravi situazioni di sofferenza, malattie inesistenti, problematiche giudiziarie o relative al titolo di soggiorno, pagamento di processi o cauzioni inesistenti a fronte invece – come spiegato dagli inquierenti – di uno stile di vita lussuoso e voluttuario.

Impietosito continuava a farsi carico delle richieste sentendosi talvolta in colpa qualora non avesse raggiunto di volta in volta la cifra pretesa, anche per la capacità – sostiene la procura – dei coinvolti di strutturare la messa in scena. Agli atti numerose telefonate nella quali finto avvocato e truffatore si accordano sulle frasi da dire e le mosse da compiere. Esasperato il don chiedeva al giovane di presentarsi in paese spiegare a tutti la sua situazione in modo da attivare una raccolta fondi collettiva, richiesta mai esaudita, ovviamente.

Chiedeva quindi soldi «per tirare fuori dai pasticci un giovane» a vari fedeli e talvolta gli veniva risposto «Occhio che non sia un truffatore» ma lui spiegava «No, quello non lo è». «Ma con le monete non riesci…» oppure «Qualcuno alla messa, non sai a chi chiedere..» gli diceva il giovane, presunto truffatore, spingendolo a cercare continuamente liquidità, e il don rispondeva «Non le ho più prese, non è domenica, i soldi li raccogliamo domenica».

E ancora: «Con lei (una parrocchiana, nda) non posso (chiederne altri) glieli ho chiesti l’altro giorno… mi dice ma allora ti imbrogliano, con tutta la fiducia che hanno in me però…»; «Non posso più andarmi ad umiliare da migliaia di gente»; «Sono già in difficoltà enorme» e Berisa rispondeva: «Veramente siete gli unici due (con l’avvocato,nda) che mi state tirando fuori dalla terra», caricando ancor più di responsabilità l’anziano religioso.

Sempre più esausto, il don ad un certo punto aveva chiesto aiuto ad un cittadino al quale aveva chiesto di parlare con (il finto) avvocato di “questo giovane nei pasticci” e per il quale aveva cercato soldi a tutti, umiliandosi. Dall’altro capo della cornetta ovviamente c’era il complice ben presto smascherato dal parrocchiano che aveva capito la truffa. Il don a quel punto aveva contattato il giovane avanzando, finalmente, dubbi su tutta la vicenda: «Mi viene il dubbio che lui imbrogli. C’è qualcosa di poco chiaro..»; «Viene di pensare che quello lì (sedicente avvocato nda) truffa, e tu pure, non lo so eh. Ti ho sempre aiutato». Per tutta risposta il giovane invece ribatte: «Ma ti ho detto mai qualche cavolata?», spiegando anche al don che aveva fatto arrabbiare l’avvocato e che adesso la situazione era ancora più compromessa, ovviamente per colpa sua.

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www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-07-30 07:00:00 da


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