Oblio, il tempo della dignità

Oblio, il tempo della dignità


di Letizia Bonelli

Mi occupo di diritto all’oblio da anni e con il tempo, ho compreso che dietro questa espressione apparentemente tecnica esiste qualcosa di immensamente umano,
esistono le persone.
Esistono le loro storie, gli errori, le cadute, le ingiustizie subite, le vicende giudiziarie concluse, le assoluzioni, le archiviazioni, ma soprattutto esiste tutto quello che viene dopo, ed è proprio quel “dopo” che Internet, troppo spesso, non riesce a vedere.
La rete possiede una memoria straordinaria, ma non conosce il significato del tempo come lo conosciamo noi. Conserva una notizia di molti anni fa accanto a quella pubblicata questa mattina. Le rende entrambe raggiungibili in pochi secondi e può restituire il passato di una persona come se fosse ancora il suo presente.
L’essere umano, invece, vive nel tempo, cambia, cresce, comprende.
A volte sbaglia e paga per i propri errori, altre volte viene coinvolto in vicende dalle quali esce senza responsabilità. Ricostruisce la propria vita, crea una famiglia, trova un nuovo lavoro, recupera credibilità, costruisce relazioni, attraversa dolore e fatica e diventa una persona diversa.
La vita va avanti, internet, qualche volta, rimane indietro;
è in questa distanza che io colloco il senso più autentico del diritto all’oblio.
Non considero il diritto all’oblio uno strumento per cancellare la storia e non credo che debba diventarlo. La memoria collettiva, la libertà di stampa, il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a essere informati sono conquiste fondamentali e devono essere tutelati,
ma anche la dignità lo è.
Ed esiste un momento nel quale continuare a riproporre un fatto ormai lontano, privo di un interesse pubblico attuale, può non significare più informare. Può significare continuare a definire una persona attraverso un frammento della sua esistenza.
Un essere umano, però, non è un frammento.
Non è un titolo di giornale.
Non è una pagina indicizzata.
Non è il primo risultato che compare digitando nome e cognome.
Questa è forse la parte più importante del mio lavoro e anche quella che più difficilmente può essere spiegata attraverso una norma.
Dietro uno schermo arrivano vite vere.
Persone che hanno ricominciato e che scoprono che il loro passato continua ad arrivare prima di loro. Prima di un colloquio di lavoro. Prima di un incontro professionale. Prima di una nuova relazione. Prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di conoscerle.
In quei momenti comprendo quanto la reputazione digitale non appartenga più soltanto al mondo virtuale.
Può entrare nella vita reale e modificarla.
Per questo il diritto all’oblio richiede equilibrio, responsabilità e grande attenzione. Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo. Ogni situazione ha la propria storia e deve essere valutata nel rispetto della legge, dell’interesse pubblico e della libertà di informazione.
Ma credo altrettanto profondamente che il tempo debba avere un valore anche nel mondo digitale.
Perché il tempo non serve soltanto a far diventare vecchie le notizie.
Serve agli esseri umani per diventare nuovi.
Oggi questa riflessione diventa ancora più importante con l’intelligenza artificiale. Stiamo costruendo tecnologie capaci non soltanto di conservare informazioni, ma di collegarle, interpretarle e utilizzarle per restituire una rappresentazione di noi.
È una possibilità straordinaria, ma porta con sé una responsabilità altrettanto grande.
Il futuro digitale che immagino non è un futuro senza memoria.
È un futuro con una memoria più giusta.
Una memoria capace di conservare la storia senza trasformarla in una condanna. Capace di distinguere ciò che continua ad avere valore per la collettività da ciò che appartiene ormai alla storia personale di qualcuno. Capace, soprattutto, di riconoscere che l’identità umana non è immobile.
Io credo nelle seconde possibilità.
Credo nella capacità delle persone di cambiare, di rialzarsi, di ricostruire.
Credo che una società evoluta non si misuri soltanto dalla quantità di informazioni che riesce a conservare, ma anche dalla capacità di utilizzarle senza togliere agli esseri umani la possibilità di avere un futuro.
È questo, per me, il significato più profondo del diritto all’oblio.
Non cancellare una vita.
Non negare ciò che è accaduto.
Non riscrivere la storia,
ma restituire al tempo il suo valore e alla persona la sua interezza; perché noi siamo anche ciò che abbiamo vissuto, certamente.
Ma siamo soprattutto ciò che abbiamo scelto di diventare dopo e nessuna tecnologia dovrebbe privare un essere umano della possibilità di scrivere la parte migliore della propria storia.


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