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Il Parma di Fabio Pecchia è “leggerezza. Non è mancanza di serietà, ma capacità di essere concentrati su quel che facciamo adesso, senza zavorre. Se riusciamo a mantenerla ci aiuterà. Dobbiamo salvarci, questo è l’obiettivo, facendolo anche per una città che ha ritrovato la Serie A e che l’ha festeggiata tanto con noi. Mi piace andare al campo alle 7 e 30, cominciando dalla colazione insieme, perché questo è un posto bello”. L’allenatore crociato si è raccontato in un’intervista esclusiva rilasciata a La Repubblica, redazione di Bologna. Città dove vive la sua famiglia.
“Con mia moglie e le mie figlie, qualche anno fa, abbiamo preso casa a Bologna, è una città viva, un modo di stare insieme, e i servizi funzionano. Io non potevo farle trasferire ogni volta. I miei? Sono venuti per le ultime della stagione scorsa. Mio padre, come sempre, mi dice di mettere un difensore in più, mia madre di non arrabbiarmi tanto”.
Il suo Parma è la squadra più giovane della Serie A: “Serve fiducia e pazienza. Si devono sentire sicuri di poter sbagliare, poi è chiaro che parliamo dell’errore e che diamo le linee sui comportamenti. La fiducia è che se vuoi che migliorino allora più giocano più possono farlo, la pazienza è che ci vuole tempo sapendo che tra valorizzare e bruciare c’è un confine sottilissimo. Da allenatore devi combinare la crescita individuale, il gioco e la vittoria, perché sai che passi dal risultato e anche loro devono dar peso a quello. Io ero fastidiosissimo quando non giocavo e comprendo il fastidio degli altri. Quindi non chiedo ai giocatori di essere felici, ma di continuare a lavorare con il gruppo, perché quello che sto “togliendo” a uno, lo sto “dando” ad un altro, non me lo sto prendendo io. Quando giocavo pensavo solo a fare gol, se vincevi eri contento, se perdevi era colpa del mister. Allenare è un lavoro molto più complicato, impegnativo, ma per questo molto più bello”.
Pecchia si trova a lavorare in un contesto multiculturale. “I social hanno cambiato soprattutto il modo di stare insieme, questo mi interessa. Ho delle figlie della stessa età, non è che non lo capisco. Quando stavo a Bologna ci mettevamo in 15 a giocare a carte, oggi questo non succede più e non lo puoi replicare. Però, più o meno una volta a settimana, facciamo “il giorno del gioco”, dal ping pong a giochi senza frontiere, l’aspetto ludico è formativo”. Il suo sogno? “Vivere questa carriera e godermela, perché facciamo un mestiere bello. Poi oltre la salvezza con Parma, vincere lo scudetto con il Lenola, il mio paese”.
www.parmatoday.it è stato pubblicato il 2024-09-12 10:07:55 da
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