Pianta duemila alberi di Paulownia in Valdaveto

Pianta duemila alberi di Paulownia in Valdaveto


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Ha scommesso sul territorio d’origine, piantumando anni fa diversi alberi di Paulownia in alcuni terreni di montagna. Daniele Marchi, 49enne, vive a Castelcanafurone, un piccolo paesino della Valdaveto che ha poco più di una decina di abitanti nei mesi invernali. Più precisamente abita in un agglomerato di poche case che porta il suo stesso cognome, Marchi: anche la fattoria che ha messo in piedi da qualche anno è “griffata” così.

Per caso, mentre lavorava in Romagna, è venuto a conoscenza delle possibilità che possono offrire gli alberi di Paulownia. Nel 2016 è partito con la piantumazione di tre ettari. Il quarto ettaro è arrivato nel 2021. Inizialmente Daniele si occupava delle piante nei weekend. Ora deve prendersi cura praticamente a tempo pieno di duemila piante in una decina di campi nei dintorni di casa.

A dargli una mano il fratello Giuseppe e il papà Franco: i terreni sono scomodi, impervi, difficili da pulire. «Nei primi anni mi sono dedicato alle recinzioni – spiega Daniele -, tutte fatte con il legno del bosco. Con dieci campi sono circa tre i chilometri di reti installati per proteggere le piantine dalla presenza dei tanti animali selvatici». Daniele si è accorto che lepri e caprioli mangiavano la corteccia degli alberi. «Quando non avevo ancora completato le protezioni, sono stati danneggiati dai selvatici ottocento alberi, che avevano un valore di dieci euro l’uno. Ma ho ottenuto solo duecento euro di rimborso».

Ad oggi quanto ha guadagnato da quest’attività? «Zero a livello economico. Molto per quanto riguarda il mio benessere. Un giorno potrebbe però darmi un’integrazione al reddito. La coltivazione della Paulownia è regolamentata dall’Ue. L’azienda che ci ha fornito le piantine è in attesa di una certificazione per il legno, attesa per quest’autunno. Solo dopo l’ottenimento è possibile impiegarlo per usi particolari». Ad esempio? «Questi alberi sono speciali, crescono alla svelta, 7-8 volte quando arrivano a maturazione, hanno una duttilità eccezionale. Sono idrorepellenti al 99%, ignifughi a 400° gradi e flessibili. Il legno viene utilizzato per strumenti musicali, barche, mobili, interni. In questo modo potrei recuperare le spese per le recinzioni e le attrezzature».

Daniele, come detto, è della Valdaveto, ma da ragazzo si è trasferito a Rimini. Ha fatto il giardiniere e il manovale, poi gestito un negozio e lavorato nell’azienda di famiglia della compagna, che stampava magliette. «In Romagna ha sempre abitato mia madre dopo la separazione – confida -, poi mi è venuta voglia di stare vicino anche a mio padre, per passare più tempo assieme. Così, proprio con mio fratello e mio padre, abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura. Un modo per costruire qualcosa assieme con le nostre mani. Siamo muratori, e stiamo pure ristrutturando casa nostra a Marchi. È bello fare la cose insieme».

Un investimento un po’ particolare, quello legato alla Paulownia. «Proposi ad alcuni coetanei di seguirmi in quest’avventura – ricorda il 49enne – ma non convinsi nessuno. Poi ho notato la curiosità intorno a quello che ho fatto. Comunque registro una certa vitalità negli ultimi tempi da queste parti: tanti amici e conoscenti si sono lanciati in iniziative come la coltivazione di patate, miele o l’apertura di B&b. Si sta ritornando a fare qualcosa nella montagna piacentina, rispetto a dieci anni fa. Molti stanno tornando, non tanto per il guadagno, ma per costruire qualcosa qui e staccarsi dal lavoro e dalla routine della città».

A Castelcanafurone vivono 12-15 abitanti, se si comprendono anche i vicinissimi paesini di Marchi e Lovetti. Durante la pandemia la cittadinanza è aumentata. «Il nostro paese, di passaggio tra Ferriere e Marsaglia, è conosciuto soprattutto per due luoghi: la trattoria della Bianca e il suggestivo santuario del Gratra».

Comporta limiti e rinunce vivere qui? «A 49 anni ho capito che la vita è più vera e realistica così – risponde Daniele -, anche se ci sono da fare dei sacrifici e non è redditizio lanciarsi in un’attività del genere. Però da queste parti noto un forte senso di appartenenza ai propri paesi, ci si dà da fare, per mantenere anche la socialità, organizzando sagre e feste. Chi rimane (o torna come me) vive in un contesto sociale più attivo: finito il lavoro quotidiano vado al bar e ascolto i problemi degli altri, che spesso sono le condizioni di salute di una vacca, e io magari parlo delle galline indonesiane che ho da poco. Però si parla, ci si confronta, ci si dà una mano. La mia speranza è che i più giovani si appassionino alla terra, alle coltivazioni, agli animali, per dare un futuro a queste zone».

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www.ilpiacenza.it è stato pubblicato il 2024-08-11 06:00:00 da


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