“Spezzini”, un album di famiglia che sia un punto di partenza


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Prima dell’imminente chiusura, “Spezzini”, la spettacolare mostra sui 130 anni in cui la Spezia da brutto anatroccolo diventa centro moderno, ha proposto ora un esaustivo catalogo che dettaglia il percorso multimediale che la rassegna della Fondazione organizzata da Marco Condotti e Riccardo Pioli ha proposto alla cittadinanza.

Sulla mostra si sono manifestate diverse opinioni. Le abbiamo lette soprattutto sui social che ormai da tempo sono diventati insieme con i sondaggi, metro con cui si valutano le situazioni e specchio della società. Accanto agli apprezzamenti ho letto anche pareri in verità di diverso tenore. La cosa non mi scandalizza. Già i Romani dicevano che ad ogni testa corrisponde un’idea differente dalle altre per cui, eventualmente, ci stupiremmo del contrario. Però, non mi è piaciuto che ai giudizi, buoni o brutti che siano stati, mancasse la motivazione. Non si spiega il perché, si esprime solo un gusto. Cosa rispettabilissima ma che si esaurisce in se stessa.

Su “Spezzini” io mi sono espresso in maniera entusiastica, cosa condivisibile o criticabile, ma, come epistemologia suggerisce, ho detto il perché del mio apprezzamento. Anche su questa rubrica ho etichettato “Spezzini” come l’album di famiglia, quello che si scorre anche con nostalgia per ritrovare noi stessi recuperando, moderni Kunta Kinte, le radici del nostro albero. Quando degli antenati vediamo immagini che ci riportano volti e situazioni sconosciuti o semplicemente solo dimenticati (magari quello lì che vediamo poteva essere una gran brava persona oppure un miserabile figlio di cagna) non chiudiamo l’album ma ricerchiamo informazioni: per essere certi dell’identità, per saperne di più, perché quella è la nostra origine: veniamo da lì.

Spezzini voleva essere questo e io sono grato a chi l’ha organizzato. Che ognuno poi giudichi come meglio ritiene. Spezzini è un punto di partenza da cui ci avviamo per un percorso di conoscenza che va al di là della superficie. Ecco perché il catalogo torna utile. Purché non lo si tenga come un soprammobile che fa più bella la libreria. Io ho in profonda uggia questi tipo di libri con funzione decorativa. La carta stampata non è tappezzeria. Mi piacciono i libri consunti, lisi, scompaginati, anche strappati per essere stati sovente consultati: perché vuol dire che li si sono vissuti, che sono stati strumenti che ci hanno arricchito, che ci sono stati compagni di un viaggio in cui abbiamo cominciato a capire qualche cosa di noi. Insomma, libri che non ci siamo limitati a sfogliare ma che, oggetto di attenzione accurata, continua e curiosa, abbiamo vissuto.

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www.cittadellaspezia.com è stato pubblicato il 2024-02-04 16:25:36 da


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