Violenza sulle donne, il criminologo: “Serve più formazione per agenti e magistrati per non sottovalutare le denunce”


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La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne non può e non deve essere solamente un momento di commemorazione delle vittime e sensibilizzazione al problema. Alle iniziative e ai cortei sarebbe certamente utile affiancare analisi e proposte che contribuiscano a combattere nel quotidiano un fenomeno che è più complesso e variegato di quanto si possa pensare.
A spiegarne alcuni aspetti e a proporre soluzioni concrete ai taccuini di CDS è il professor Stefano Padovano, criminologo genovese di profilo socio-giuridico che pochi giorni fa ha presentato il libro “La Spezia, Liguria. La geografia del reato”, uno studio approfondito del quadro criminologico spezzino con particolare attenzione alle questioni legate al disagio giovanile.
Padovano, per quindici anni curatore scientifico dell’Osservatorio su sicurezza urbana e criminalità organizzata della Regione Liguria, cura la supervisione dei progetti di ricerca e intervento su criminalità e devianza a supporto di autori e vittime di reato ed è docente di Criminologia e sociologia del disagio e della devianza in ambito ministeriale, per enti privati e presso l’Università degli Studi di Genova e Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Come si interfaccia con i reati di violenza contro le donne nel suo lavoro?
“Spesso dobbiamo andare a cercare nelle prese in carico dirette, nelle farmacie, nei Pronto soccorso e presso le tabelle ministeriali. Non è che gli automatismi siano chiari… Gli intellettuali devono fare da un lato l’analisi, ma anche le proposte. Una analisi quantitativa non semplice non solo per la mancata denuncia, ma anche perché la politica, il ministero non aiuta. Dal 2004 sono stati informatizzati i dati, ma non si possono cercare reati quali i maltrattamenti o lo stalking, e nemmeno il femminicidio, nonostante sia stato coniato per legge. In pratica bisogna ancora arrangiarsi, anche se è da qui che parte la macchina dell’analisi e della presa in carico”.

E’ un po’ come andare in guerra con le armi spuntate…
“Gli strumenti sono datati, nati per rispondere a una domanda reale, ma oggi ne servono di più moderni, bisogna emanciparsi. Per non sottovalutare una denuncia serve formazione. Non abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale, ma di risposte semplici. Gli agenti delle forze dell’ordine, i magistrati, anche le aliquote di Polizia locale, laddove intervengano, devono essere formati per una maggiore efficacia del sistema. Le squadre di lavoro devono essere multidisciplinari e non composte da sole operatrici donne. Il rischio è assimilare la violenza di genere all’esercizio di un trattamento di genere: non deve essere così, deve essere trattata come tutti gli altri reati e come per gli altri necessita di formazione specifica”.

Ci sono però anche iniziative che si pongono di intervenire sul maltrattante, come il progetto Zeus. Stanno funzionando?
“Qualcosa si sta facendo, soprattutto in alcune province, ma servono percorsi specifici per età, per nazionalità e serve anche qua la formazione dei volontari per individuare una situazione di pericolo prima che sia pronta a esplodere”.

C’è un errore che vede essere commesso più spesso di altri nell’affrontare la tematica?
“Dobbiamo stare attenti a non lavorare alle azioni di contrasto pensando che si tratti di un fenomeno ancorato solamente a un modello di società patriarcale. Uno studio che abbiamo condotto a Brescia dà indicazioni di una presenza del problema anche in alcune strutture matriarcali straniere. La vera piaga è la violenza diffusa, l’idea che si ha nella società che la violenza sia uno strumento a disposizione per risolvere i conflitti”.

A livello ministeriale sarebbe utile un cambio nell’archiviazione e nella classificazione dei reati. Cosa dovremmo aspettarci dagli enti locali?
“Regioni e Comuni si stanno attivando e sono stati sottoscritti accordi con le prefetture. Sono progetti che rappresentano vere e proprie boccate d’ossigeno, ma che hanno bisogno di continuità. Serve lavorare davvero nella multiculturalità: occorrerebbe poter contare su operatori e psicologi stranieri. Altrimenti a cosa servono i mediatori culturali?”.

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www.cittadellaspezia.com è stato pubblicato il 2023-11-25 21:42:49 da


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