Acqua potabile, la mappa della contaminazione PFAS


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Sono 260 i campioni di acqua potabile raccolti da Greenpeace, tra settembre e ottobre scorsi, in 235 comuni italiani. Un’indagine indipendente che fotografa la diffusione lungo la penisola della contaminazione da PFAS, cioè quelle molecole, frutto di attività umane e industriali, diffuse da oltre settant’anni e definite “inquinanti eterni” perché si degradano molto lentamente. Sulla presenza di PFAS nelle acque potabili in Italia non ci sono ancora norme. Il 79% dei campioni prelevati è risultato contaminato con almeno una delle 58 molecole monitorate da Greenpeace. 

Il PFAS più diffusi

Tra le sostanze più presenti, il PFOA.
“Una molecola che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha classificato come cancerogena certa per l’uomo. Ma poi troviamo anche PFOS, probabile cancerogeno, e una molecola che sta raccogliendo attenzioni, che è il TFA che sappiamo essere il PFAS più abbondante al mondo” spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento Greenpeace Italia. 
Il TFA è una molecola che non può essere filtrata dai più comuni sistemi attuali di potabilizzazione delle acque.
Liguria, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Veneto, Emilia Romagna, Calabria, Piemonte, Sardegna, Marche e Toscana sono le regioni in cui la contaminazione da PFAS risulta più diffusa. L’Abruzzo è l’unica regione con meno della metà dei campioni positivi.
Arezzo, Milano e Perugia i primi tre comuni con concentrazioni più alte considerando come parametro 100 nanogrammi per litro per la somma di 24 molecole. La soglia, cioè, che non dovrà essere superata a partire da gennaio 2026 quando in Italia entrerà in vigore la normativa europea sui PFAS nelle acque potabili. “Un parametro già superato da numerose evidenze scientifiche” commenta Ungherese.

Limiti più bassi in altri Stati

Altri Stati hanno già adottatto limiti più stretti: Spagna, Germania, Paesi Bassi, Stati Uniti, Danimarca.
Oltre a mettere in sicurezza l’acqua dove ci sono criticità, intervenire all’origine, è la richiesta di Greenpeace.
Bloccare la produzione e sostituire queste molecole con alternative più sicure che esistono nella quasi totalità dei settori industriali” precisa Ungherese.

 

Servizio di Elena Cestino

montaggio di Andrea Dudda

intervista a Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace

 

 

 

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