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Con la nona lezione (compresa la presentazione a cura del presidente Vincenzo ‘Cecè’ Fabiani) il corso di archeologia e storia del Gruppo archeologico krotoniate entra nel vivo della storia recente della città. Ne parlerà giovedì prossimo l’architetto Tommaso Tedesco, profondo conoscitore delle vicende che hanno portato al sacco edilizio del primo comprensorio Peep, ai danni di un’area di grande rilevanza archeologica.
E’ l’inizio della fine, da allora (siamo a metà degli anni settanta) l’archeologia viaggerà sempre sottotraccia, costretta in un angolo dai grandi manovratori del cemento. Eloquente il titolo scelto per la lezione di Tedesco, ‘Crotone 1976: l’archeologia si è femata’, che avrà inizio alle ore 18 nei locali del museo ‘I giardini di Pitagora’, frutto di recenti ricerche messe a frutto dall’architetto con le sue conoscenze sia come studioso che come ex funzionario del Comune.
Crotone ha vissuto negli anni Settanta una forte crescita economica, un vero e proprio boom basato soprattutto sulla produzione industriale e sull’espansione edilizia. Il piano regolatore generale, il piano industriale e il piano di edilizia economica popolare, il Peep appunto sono gli strumenti di attuazione di questo sviluppo. Ma sono anche gli anni in cui l’abitato antico e la poleis achea tendono a riaffiorare dalla terra che li ha conservati e preservati per oltre duemila anni.
Nell’incontro di giovedì vengono ricordati gli scavi, le indagini, le scoperte archeologiche, ma anche le sollecitazioni, le tensioni per ricollocare industrie e case di edilizia pubblica residenziale. Non a caso il 21 febbraio 1976 il soprintendente alle antichità della Calabria, Giuseppe Foti, capitola comunicando alle cooperative edilizie del primo comprensorio Peep il nullaosta alla costruzione degli edifici, non ritenendo degni di conservazione i resti archeologici rinvenuti nei saggi eseguiti a partire dal 1974 nel quartiere centrale dell’antica Kroton.
Si registrano forti pressioni sul Ministero e sulla stessa Soprintendenza, si arriva anche a minacciare lo sciopero generale della città affinché prenda il via il piano di edilizia economica e popolare (all’epoca il primo e più grande dell’Italia meridionale) necessario per affrontare l’esigenza abitativa degli operai delle fabbriche. L’archeologo Pietro Giovanni Guzzo a settembre dello stesso anno fa un ultimo tentativo e propone di adottare un piano di intervento generale per Crotone, caldeggiato dal Ministero, ma rimane inattuato.
Nello stesso anno, nella parte a Nord di Crotone la Soprintendenza rileva la presenza di un altro vasto lembo della città greca, frequentato dalla fine dell’VIII alla fine del IV secolo a.C., attraverso i saggi sul tracciato per la costruzione dell’acquedotto. A marzo vengono avviati dalla Montedison gli accertamenti per avere l’esatta consistenza del tessuto archeologico. Le indagini e le prospezioni vengono affidati alla Fondazione Lerici che inizia le operazioni tra l’estate e l’autunno 1976.
A dicembre dello stesso anno Lorenzo Quilici, docente di topografia antica all’Università La Sapienza di Roma, viene incaricato dal Consorzio industriale di Crotone di valutare la portata dei rinvenimenti. Quilici non esita a rimarcare il significato della scoperta: “un eccezionale valore storico ed archeologico” “quanto proprio nella forma della città vista nel suo assetto globale”, e ne sancisce l’incompatibilità non solo con il piano di destinazione industriale ma anche con le fabbriche esistenti.
Il docente affronta anche le prospettive urbanistiche, affermando che Crotone si trova di fronte ad una svolta precisa: “non potrà mai divenire una vera grande città se dovrà piangere un giorno di aver sacrificato il suo patrimonio monumentale e con esso anche una qualifica ed un ruolo culturale che solo le può derivare dal rispetto della sua storia”. Ma la sua testimonianza non viene recepita e rimane relegata ad alcuni articoli di riviste: il richiamo all’identità ritrovata non fa breccia nella comunità locale.
Per il quartiere settentrionale della città greca iniziano le procedure del vincolo e poi dell’esproprio, dal momento che i terreni erano stati già acquisiti dal Consorzio per il nucleo di industrializzazione. Tra il 1975 e 1978 l’area viene tutelata, ma bisogna attendere il 1994 per vederla acquisita dallo Stato. Poi, nel 1993, con la crisi dell’apparato industriale si ferma tutto. Nel 2001 con la perimetrazione del Sin inizia l’era della bonifica, un calvario che continua.
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www.ilcrotonese.it è stato pubblicato il 2024-03-05 18:27:00 da
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