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A dieci anni esatti dalla strage sull’isola, abbiamo intervistato uno dei medici che effettua la prima visita ai profughi che arrivano in città. Nell’85% dei casi si trovano segni di sevizie, stupri e torture
MODENA – Il 3 ottobre di 10 anni fa 368 migranti morirono nel naufragio avvenuto nel mare davanti a Lampedusa. Oggi si muore ancora per raggiungere l’Europa, e non solo in mare. Da maggio i medici volontari del centro sanitario presso Porta Aperta, in collaborazione con l’Asl, effettuano la prima visita ai profughi che arrivano a Modena. E le loro storie sono terribili.
Qui i carcerieri, spesso conniventi con i trafficanti di uomini, li torturano per mesi: ragazze e ragazzi vengono sistematicamente stuprati, affamati, rinchiusi giorni al buio, per costringerli a pagare per la libertà e a salire sui barconi.
Chi affronta questo tipo di viaggio lo fa perché non ha scelta, non hanno dubbi chi ha parlato con loro. Mettono la loro vita a rischio ogni giorno, e ben prima di arrivare sulle coste libiche e tunisino. L’inferno comincia già nel deserto.
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