Viterbo News 24 – Giorgio Nisini presenta “Aurora”:


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Giorgio Nisini presenta “Aurora”:

L’arbitrio assopito nel folclore del malaugurio

di Elsa Berardi 

CIVITA CASTELLANA – Il timbro del melanconico nel prestare ascolto alla sorte è il fil rouge tra ragione e rito che si dipana in “Aurora”, rifacimento di Giorgio Nisini a una fortunata fiaba Disney: la versione in cui una giovane, di provenienza nobile, si risveglia dal suo sonno dopo un bacio rappresenta un’edulcorazione destinata ai bambini di alcuni antichi archetipi, che intrecciano il pretesto narrativo del mito con la certezza del dubbio umano.

L’introduzione al secondo incontro della rassegna culturale civitonica “Autunno piovono libri” è stata esposta dalla giornalista Eleonora Celestini, moderatrice dell’evento, che si è svolto nel pomeriggio di venerdì 3 novembre nella sala Mice del centro commerciale “Marcantoni”. La partecipazione delle autorità della giunta comunale è stata tenuta viva dalla presenza costante del sindaco, Luca Giampieri, a cui è stato affidato un intervento di apertura.

Al quinto romanzo pubblicato, Nisini vanta un vasto curriculum autoriale, forte del suo ruolo -ottenuto di recente- di professore associato di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. La prima opera, edita nel 2008, è il tassello inaugurale di una trilogia, che si conclude con il romanzo psicologico “La lottatrice di sumo”: i temi esplorati, già orfici e misterici, rivelano un’indagine filologica applicata al sapere mitologico classico. Lo scrittore ha curato per il circolo culturale viterbese “Caffeina” l’antologia “Un bacio in bocca”, espressione del talento di sedici voci della narrativa italiana contemporanea.

Per “Aurora”, Giorgio Nisini ha reinventato il format suggestivo del racconto di fantasia, riprogrammando l’espediente dell’inserimento del fatto tragico, seguito da una reazione emotiva. La protagonista Aurora, figlia dell’imprenditore Stefano Orsini Gianotti, ha sedici anni quando un sonno comatoso la travolge improvvisamente. Il suo background, quello di una ragazza di famiglia agiata della Tuscia -Stefano dirige la Fulgor, fabbrica di lampadine fondata da suo nonno- si scontra con un futuro inesistente: dopo l’incidente di cui è vittima, sua madre provvede a venerare un’antica icona, nella speranza di non soccombere agli scherzi del fato. È il piglio dello stesso Stefano a differire inizialmente dalla visione cosmica e irrazionale, per poi dileguarsi nell’incertezza più insolvibile e nel tentativo di risolvere il dramma di Aurora.

L’autore ha risposto alle nostre curiosità in uno spazio dedicato alle domande.

R: Nisini, partiamo da una considerazione preliminare. Viterbo, la sua città natale, è contaminata da riferimenti alla cultura etrusca, ispirazione per il continuum quasi escatologico della narrazione. È dunque vero che l’autore costruisce la sua storia prima che essa gli si inserisca dentro, guidandolo a raccontare?

Ritengo che al romanziere spetti una qualche forma di potere. Nel mondo che creo con il narrare mi pongo come un dio: siccome non lo sono nella realtà, nello spazio della storia lo divento, anche con delle zone d’ombra, forse da Caino. A volte, inoltre, succede che un personaggio sfugga alla determinazione del destino, per cui questo meccanismo di onnipotenza narratoriale diventa naturale. Mi capita anche che il ruolo di alcuni personaggi, dapprima secondari, cresca in corso d’opera, o che io venga coinvolto, in caso contrario, dalla sindrome di Chuck Cunningham, elemento che nel lessico televisivo ha questa definizione (nella sitcom statunitense “Happy Days” il personaggio di Chuck Cunningham viene tolto dalla scena).

R: L’insofferenza alla razionalità sostanzia il comportamento del personaggio della madre di Aurora, che esprime il suo dolore con scongiuri e superstizioni, rifugiandosi in un loop. Al giorno d’oggi, quanto è utile al nostro reale benessere la continua proposta dei media di mentalizzare la tragedia, focalizzandosi sulla meditazione? Si tratta di una via antitetica, inculcataci da una nuova tendenza, alla nostra realizzazione concreta?

La domanda è pertinente al campo delle neuroscienze. In realtà la meditazione non va affatto contro la nostra autoaffermazione, ma è un modo per esaltare al massimo le potenzialità della nostra mente e del nostro corpo: non credo che ci sia una separazione tra corpo e mente, di conseguenza non ne esiste alcuna tra benessere del corpo e benessere della mente.

R: Passiamo al macroargomento del presagio sinistro e della maledizione. Le macumbe puntano ad affossare la singola persona su cui ricadono, ma spesso riflettono frammenti oscuri delle storie famigliari: secondo la sua percezione di autore di romanzi di introspezione, agiamo da individui liberi o portiamo su di noi il peso del passato, finendo per subordinarci alla retrospezione?

In noi funzionano in concomitanza una genetica fisiologica e una genetica ambientale. Siamo fortemente vincolati a quest’ultima, essendo essa la misura del modo in cui cresciamo e delle persone che abbiamo avuto intorno. Nonostante questo, c’è una parte attiva del nostro individuo che può forzare la genetica ambientale, portandola altrove: nel mio romanzo, il mondo etrusco e misterico condiziona molto l’azione, ma si tratta pur sempre di un mondo fantastico.

Porsi con gran potere rispetto ai propri scritti sta alla canonica gelosia del mestiere di ideare, ma quando, nel personaggio creato, l’idea non è più tale, traducendosi in un irretirsi di timori concatenati, la riflessione sul proprio io può sopraggiungere per aiutare: è essa, in qualsiasi forma -dalla più tradizionale alla più innovativa- a vegliare sulla salute complessiva del nostro organismo pensante, conferendogli al contempo profondità e leggerezza.



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